Sara Moscardini

I boschi di Barga oltre il crinale appenninico

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di Pietro Moscardini

Lo spartiacque dell’Appennino tosco – emiliano non ha mai costituito e non costituisce un lineare divisorio politico amministrativo fra l’Italia peninsulare e l’Italia continentale.

Il comune dell’Abetone si estende sul versante emiliano fino alle porte di Fiumalbo. La provincia di Pistoia raggiunge oltre lo spartiacque l’abitato di Ponte alla Venturina. Firenzuola e Marradi si trovano ancor oggi nella “Romagna  Toscana” che nel periodo granducale era anche detta “terra transappenninica” e che orograficamente era costiuita dalle parti sommitali dei corsi d’acqua Santerno e Lamone che si dirigono in Romagna verso i grossi centri di Imola e Faenza. Ma queste terre erano anche legate strettamente alla Toscana attraverso gli antichi passi della Futa, Osteria Bruciata, Scarperia e il passo di Casaglia.

Anche Barga detiene gli usi civici dei valloni delle Fontanacce e del Lago Santo modenese, altro spartiacque appenninico.

Cerchiamo ora di scoprire (senza troppo annoiare) il perché siano nati questi diritti sul versante modenese da parte dei “bargo – toscani”.

Un certo Sigisfredo (877-958), longobardo di origine, appartenuto alla famiglia dei Conimundinghi – Rolandinghi (queste due dinastie erano feudatarie di buona parte delle terre poste sulla sponda sinistra del Serchio da Barga alle strette di Moriano), oltrepassa l’Appennino a cercare ancor più grandi fortune.

Adalberto Atto, suo figlio, è già talmente potente da poter cominciare a costruire il castello di Canossa.

È assai probabile che in quel periodo si siano cominciate a costruire le prime case sul colle dove ora sorge Barga. Nel 983 il vescovo di Lucca infeuda tutti i beni e i territori della Pieve di Loppia ai Rolandinghi. I signori di Canossa tennero sempre legami politico – amministrativi molto stretti con la città di Lucca, i suoi vescovi e il suo contado. Il potere dei castelli reggiani concesse anche una certa indipendenza ai sudditi e vassalli della valle del Serchio e può essere che da questi privilegi nascessero delle prime concessioni sui territori oltre il crinale.

Il 4 febbraio 1059 Beatrice di Canossa è presente alla consacrazione della Pieve di Loppia con il vescovo di Lucca Anselmo I, già maestro e consigliere spirituale della sua piccola figlia Matilde che all’epoca aveva 12 anni. Quattro anni più tardi questo vescovo diventerà papa Alessandro II e il suo successore della sede vescovile di Lucca (Anselmo II) continuerà questo suo impegno con Matilde trasferendosi personalmente  a Canossa. Anche in campo più strettamente poltico, i Canossa posero al controllo delle loro regioni sub appenniniche (Toscana, Umbria e buona parte del Lazio) un uomo del “Serchio”, un certo Paganus de Corsena, vale a dire Pagano di Corsena cioè della pieve di Corsena (Bagni di Lucca).

Matilde nasce nel 1046 e muore nel 1115 senza lasciare eredi. Dopo le infinite lotte fra papato e impero il più ricco feudo d’Europa comincia a sgretolarsi per fare spazio all’età dei Comuni.

Sul finire del secolo XIII si hanno notizie di contratti di affitto di pascolo che i pastori barghigiani avevano oltre il crinale datati 1270, 1288,  1291 e 1306.

Si arriva così al gennaio 1331 in un clima di carestia, povertà dilagante e oppressione armata lucchese; a Barga si era appena terminata la ricostruzione della cinta muraria abbattuta dai Lucchesi nel 1298. La città di Lucca dopo la morte di Castruccio stava andando verso un periodo di ingovernabilità. Per gli abitanti di Barga era arrivato il momento di decidere di scegliere un “potere alleato” forte e sicuro e non troppo vicino geograficamente così da non dare troppo disturbo nei piccoli affari interni di ogni giorno. La scelta cadde su Firenze.

Dieci anni più tardi (4 luglio 1342) la resa della città di Lucca ai pisani e il definitivo passaggio di Barga a Firenze.

Gli uomini che guidarono questo complesso passaggio furono Bizzarro dei Bizzarri (Rolandinghi) e Nieri o Neri da Montegarrullo che fu eletto a partire dal 1 gennaio 1343 primo vicario del comune di Barga. Ecco che la storia di Barga torna ad intrecciarsi in modo molto evidente con la storia delle terre emiliane. Dietro il Giovo e il Monte Omo c’era la dinastia feudale dei Montegarrullo. Nel 1347 una vasta striscia di terra che iniziava da Sassuolo per poi salire ai paesi incastellati di Monzone (modenese), Gombola, Brandola, Serpiano, Barigazzo, Flamignatico, Roccapelago era saldamente nelle loro mani. Nella sua parte più montana questo feudo aveva dei confini ben determinati. Rimaneva racchiuso fra le valli dei torrenti Dragone e Scoltenna con in mezzo la dorsale del Sasso Tignoso e Alpesigola. Alla sua testata si apriva il vallone del torrente Pelago, nella cui parte più alta regnavano incontaminate le boscaglie di Barga. Nieri da Montegarrullo aveva da poco fissato la sua residenza principale nel castello di Roccapelago, a un tiro di schioppo dal crinale. Aveva inoltre consolidato la sua alleanza politica con Barga, firmando un trattato di non belligeranza con i pisani che all’epoca occupavano una buona parte della valle del Serchio. Tutto questo fa pensare che il territorio di Barga costituisse quasi un prolungamento del feudo “frignanese” e che i territori di Barga nel versante del Pelago fossero una testa di ponte da consolidare come patto di amicizia politica tra i due territori. Nel 1373 il feudo oltre appenninico era guidato da Obizzo figlio di Nieri. Obizzo sentiva ormai vacillare l’indipendenza del suo territorio. Da un lato la nascente potenza della signoria Estense di Ferrara che da tempo aveva messo gli occhi sui territori appenninici. Sul versante toscano la potenza di Lucca si faceva già sentire fino alle porte del castello di Fiumalbo; quest’ultimo paese da sempre ostile a Montegarrullo.

A Obizzo non rimaneva che consolidare in maniera ancora più forte l’alleanza con Barga e Firenze. Fu così che la città gigliata lo chiamò alla guida del suo esercito per liberare le terre appenniniche di Firenzuola e Marradi e le strade di accesso alla Romagna pontificia.

Barghigiani e fiorentini conoscevano bene il buon valore militare dei Montegarrullo; valore militare fatto di audacia e astuzia e di buona conoscenza del territorio montano  che all’epoca era composto di boschi sterminati, di sentieri, mulattiere e valichi poco sicuri e poco tracciati. Anche questa volta la bravura di Obizzo non si fece attendere. Il 18 ottobre 1373 rientra in Firenze da trionfatore e più ricco che mai. Nell’anno successivo (forse non più contento  di quello che Firenze gli aveva dato) cercò di alzare il prezzo facendo pervenire a Barga una richiesta di riscatto sui boschi del Lago Santo. Obizzo rivoleva indietro quel territorio in piena proprietà. I barghigiani informarono subito Firenze che mise subito la questione sul piano diplomatico. Il 10 luglio 1374 vengono convocate a Barga le parti per esporre le loro ragioni storico – politiche dei diritti di utilizzo delle foreste appenniniche. Per la parte montegrulliana sono presenti i portatori della documentazione Pellegrino e Pedro. La vertenza volge in breve a favore di Barga per avere offerto una documentazione più precisa e dettagliata. Fu questo il primo importante riconoscimento storico delle proprietà di Barga oltre i crinali. Cominciò così attraverso i secoli un possesso piuttosto tribolato che per certi aspetti non si è del tutto pianificato nemmeno oggi.

 

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