Nazareno Giusti

Arandora Star: il dovere della Memoria

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Barga ricorda oggi le vittime dell’Arandora Star con una messa in suffragio dopo un sentito momento di memoria all’interno dell’ultimo Consiglio comunale. Un gesto di grande importanza. Anche noi vogliamo ricordare quegli italiani (e non solo) inghiottiti dalle acque delle Atlantico. Tutti dobbiamo ricordare.

E’ un dovere.

Quella dell’Arandora Star è stata una delle prime tragedie che si sono susseguite nel corso del “secolo breve” che non riguardano solo alcuni ma tutto un Popolo. E come gran parte delle tragedie è stata presto dimenticata, in pochi sanno cosa successe a centinaia di nostri connazionali in quei giorni di luglio dopo che l’Italia era “scesa in campo”.

Oggi, però, non vogliamo raccontarvi la storia grande, quella che si studia sui documenti ma la storia piccola, quella, cioè delle centinaia di piccole storie che formano il mosaico di un evento. Vicende incredibili, che sono state conservate nel cuore di chi è rimasto che ha continuato a ricordare, ogni giorno: quella era la loro missione, anche quando gli veniva il nodo alla gola e le lacrime tornavano agli occhi, facendo ancora più male.

Maria Serena Balestracci, a cui si deve molto per la memoria di questa terribile pagina di Storia, all’inzio del decennio scorso ha raccolto decine di testimonianze di parenti delle vittime raccolto nel volume “Arandora Star, una tragedia dimenticata” aggiornato e ripubblicato con il titolo “Arandora Star. Dall’oblio alla memoria”.

Storie come quella del padre di Elena Rosi che si chiedeva: “perché mi dovrebbero fare qualcosa? Io non ho fatto niente?”

Questo fu il pensiero dei tanti italiani arrestati in quei giorni, vivevano in Inghilterra da anni, perfettamente inseriti nel tessuto sociale. Presero tutti lo stretto necessario e dissero alle mogli di non preoccuparsi, non c’era motivo.

Giovanni Rosi fu arrestato dalla polizia nel suo negozio. Gli agenti, un po’ imbarazzati, con gli occhi bassi dissero: “Mister Rosi, you have to come with us”.

Luigi Cappuccini, detto Quansito, fu arrestato nel suo caffè, “il giorno dopo che Mussolini aveva dichiarato guerra” precisa Dino (10 anni allora), il figlio, che vide uno dei due fratelli arrestato qualche giorno dopo. L’altro fratello più grande lo fece di sua spontanea volontà. “C’è il mio nome? No? Fa lo stesso, vengo con lui, almeno siamo insieme, siamo fratelli!” disse.

Luigi Fulgoni fu arrestato in casa davanti alla moglie, Risorta Tresanini, visto le sue continue domande, mentre gli portavano via il marito, i poliziotti gli dissero: “Le faremo sapere come sta!”. Ma non seppe più niente.

Joe Rabaiotti fu internato nel campo di Bury, nel Lancashire. Ricorda: “le condizioni a Bury erano terribili. Quelli che stavano peggio erano quelli che erano arrivati tardi, dopo di noi, parecchi giorni dopo, perché di brande non ne avevano più e allora li hanno messi a dormire sulla paglia. C’erano i soffitti che veniva dentro l’acqua! Non c’erano servizi… solo dei secchi fuori….”

Incertezza, disorientamento….questi i sentimenti di chi era stato rinchiuso nei campi di internamento, come di chi fu stipato sull’Arandora. Alcuni scansarono la tragedia per un soffio: la nave era troppo piena “voialtri andrete su un’altra!” gli dissero.

Quansito, invece, salì sulla nave. Si ricordava perfettamente il panico dei primi minuti in cui il siluro colpì l’imbarcazione: la gente era disperata, non sapeva cosa fare, i giubbotti di salvataggio erano tutti legati insieme. Alcuni militari tedeschi li staccarono uno a uno con i denti, passandoli agli altri civili, alcuni tentarono di salire sulle scialuppe ma i militari britannici, armi in pugno, glielo impedirono: dovevano avere precedenza loro.

Quansito, non sa come, ma riuscì a trovare il coraggio di aggrapparsi a una corda e calarsi su una scialuppa che già era in mare, mentre scendeva si bruciò le mani e cadde con una gamba dentro e l’altra nell’acqua spaccandosi anche i denti. Comunque era salvo! Vide la nave affondare mentre si allontanava, e vide anche Luigi Rosi farsi sempre più lontano mentre gli dava l’addio: non aveva avuto il coraggio di calarsi.

Erano in più di cento in scialuppe da cinquanta persone. Ma in pochi ebbero la fortuna di salirvi, molti annegarono, chi sulla nave chi tra le onde, colpiti dai detriti.

Come Bartolomeno Basini, 32 anni, di Bardi, da poco arrivato in Galles.

Anche Guido Conti aveva 32 anni, quando l’avevano arrestato aveva lasciato una moglie incinta di nove mesi, non si sa come (visto che di solito gli internati non avevano più notizie dei familiari), ma venne a sapere della nascita del figlio (che si sarebbe chiamato anche lui Guido). Si inginocchiò d’improvviso, si fece il segno della croce e pianse lacrime di tristezza e di gioia. Guido, mentre la nave affondava, riuscì ad aggrapparsi a un pezzo di legno che lasciò per far appoggiare un altro italiano che, al contrario di lui, non sapeva nuotare.

Pensava di potercela fare ma le onde dell’Atlantico furono più forti di lui.

 

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