Nazareno Giusti

“Siamo sicuri che tutto il mondo sia paese?” da Gorfigliano arriva la risposta di Alessandro “Popi” Ferri

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“Siamo sicuri che tutto il mondo è paese?”, è questa la domanda che si è posto Alessandro Ferri, il “Popi”, come lo conoscono qui a Gorfigliano, operaio specializzato, rocciatore-disgaggiatore che dedica il suo tempo libero alla lettura e allo studio “delle dottrine marxiste”. Non a caso, dal 2010, è coordinatore della sezione garfagnina del Partito Comunista dei Lavoratori.

“Siamo sicuri che tutto il mondo è paese?”.

La stessa domanda è stata scelta come titolo del libro che ha scritto ed è stato appena stampato da Garfagnana editrice. Il volume sarà presentato sabato alle 17,30 presso la Sala Pietro Ferri (ex Cinema Pancetti) a Gorfigliano (e non poteva non essere così visto che il paese montanino è il protagonista incontrastato del volume).

Si parlerà della Garfagnana rovesciata, sottosopra, scoperchiata. Dai tagli selvaggi delle Apuane all’emigrazione forzata: i temi portanti del libro.

“Si può parlare di futuro in Garfagnana senza parlare di uomini e donne chiamandoli con il proprio nome?”.

A questa domanda cercherà di rispondere l’autore che dialogherà con Stefano Coiai, Alessandro Figaro, Carlo Orsi e Andrea Giannasi che nella prefazione al libro spiega: “Alessandro Ferri alza la mano e lo fa con la semplicità della narrazione e ponendosi una domanda: tutto il mondo è paese? La risposta la trovate proprio in quel gesto; nell’alzare la mano. Un piccolo gesto che diventa impegno, partecipazione, passione. Leggete questo libro e poi chiedetevi da che parte stare”.

Ha ragione Giannasi, la cosa migliore da fare è leggere il libro. Alla fine del quale si può essere d’accordo o no con le tesi (discutibili e no) di Ferri che, però, ha il merito di far riflettere, di spostare l’angolo da cui vediamo le cose, dandoci un’altra prospettiva, inedita.

Un libro scritto quasi “per dovere”, come un’urgenza da Ferri che per cinque anni ha gestito un bar con sua sorella e sua moglie nel centro di Gorfigliano. Il “Bar Popi”, il locale “più in vista e frequentato dell’intero comune di Minucciano sotto la mia gestione” come afferma lui, con orgoglio.

Certo è che quel lavoro gli ha permesso di studiare la gente, di conoscere tanta…. Dice: ”Ho avuto la fortuna di apprendere molto da questa mia esperienza. Sono riuscito a conoscere a fondo numerosi miei paesani, facendomene addirittura un’idea ben precisa: ho potuto discernere il buono dal cattivo, l’umile dal presuntuoso, il colto dall’ignorante…”

Proprio questa sua conoscenza lo ha forse aiutato nella stesura dello scritto che si legge in maniera agile e in alcuni punti, in cui racconta dei luoghi e di certi personaggi, tocca belle vette di elegia. Se Ferri vuole continuare sulla strada della scrittura il consiglio che ci sentiamo di rivolgergli è proprio quello di raccontare il suo paese la sua terra così affascinante con i suoi immensi boschi, la sua gente, le sue montagne maestose. Lasciare da parte politica e impegno sociale (intendiamoci, in questo libro, a fatto bene a trattare di questi argomenti altrimenti il volume non avrebbe avuto senso!) e dedicarsi un po’ di più a raccontare- e perché no?- la storia arcaica e antica del suo paese.

Ferri racconta, infatti, di un “mondo piccolo” non del tutto completamente perduto. Un microcosmo che diventa macrocosmo in cui tutti possono ritrovarsi. E proprio come nel Mondo Piccolo di Giovannino Guareschi, nel racconto della “sua” Gorfigliano appaiono straordinarie figure come quel prete di montagna granitico che Ferri, da ateo convinto, definisce un “avversario leale”.

“Non ha mai giocato sporco nei miei riguardi, pur conoscendo bene la mia posizione atea” sottolinea.

Lo stesso prete che si schiera con i cavatori. “Credo sia stato proprio quel prete a formare un unico “battaglione” di salvaguardia al diritto del lavoro, in quanto con spirito guerrigliero indicò la strada della lotta ai suoi parrocchiani”.

Altra figura splendida quella di Mauro Giannasi, il sindacalista. “Non ho voluto ricordarlo io, è lui che si fa ricordare attraverso le numerose battaglie sindacali intraprese. Il Giannasi era, e lo è tutt’ora, nella memoria di molti lavoratori. Un sindacalista di vere verità, dove poneva la tutela dei lavoratori dinnanzi a tutto”.

Ma al di là di questi affascinanti ritratti abbiamo voluto capire un po’ meglio il senso e la motivazione che hanno spinto questo moderno Don Chisciotte garfagnino, sognatore e idealista (per fortuna, nel grigiore contemporaneo, ne esistano ancora!) a scrivere e dare alle stampe questo volume dal titolo singolare.

Ferri, perché ha deciso di scrivere questo libro? “Il tutto nasce, quando affrontando una ricerca storica, sull’insediamento del capitalismo nella mia Gorfigliano, sfogliai un vecchio libro sponsorizzato da una banca locale e scritto da un prete; notai immediatamente che nel suo svolgimento si potevano trovare intrecci di date, di numeri, di documenti messi a disposizione della chiesa. A questo punto, incuriosito, decisi di controllare i libri riguardanti il mio paese dalla piccola libreria di mio padre; in nessuno di questi figurava la situazione politica, lo scempio ambientale, la dittatura dei padroni. Non era possibile! Anni e anni di abusi venivano con estrema semplicità messi da parte facendo apparire tutto normale, scontato, necessario. No! Una voce fuori dal coro doveva pur farsi sentire…”

Allora ha deciso di scrivere questa storia che lei definisce la sua “una storia di verità”. Come mai? “E voglio ribadirlo; i fatti citati, tutti documentabili, corrispondono ad assoluta verità. Il Perché? Il titolo del primo capitolo può essere una perfetta risposta: ‘I falsi tribunali’”.

Che rapporto ha con il suo paese? A un certo punto del libro sembra quasi una sorta di amore- odio… “No assolutamente no! Quello per il mio paese è amore puro . Ho un rapporto stupendo, considerando sia il paese dei miei figli, di mia madre, di mio padre, di mia sorella, dei miei nipotini. Proprio perché lo amo ho denunciato le sue anomalie, i suoi giochi sporchi, la politica apparente?”

Insomma, un luogo bello e maledetto… “Gorfigliano è soprattutto un luogo bello. Gorfigliano ha bisogno di aria nuova, di una presa di coscienza generale, di una partecipazione collettiva”.

Gorfigliano è, sicuramente, terra di antiche usanze come quella della festa della Madonna dei Cavatori e i famosi Natalecci… “I Natalecci sono Gorfigliano! Grandiose costruzioni vegetali arrampicate sui rilievi che circondano il paese, alla loro vista qualsiasi “straniero” può solamente chiedersi: come hanno fatto? E’ un processo molto lungo e faticoso la costruzione del Nataleccio, i giovani e qualche meno giovane affrontano questo duro impegno che si protrae per più di un mese. Il suo scheletro è un palo dalla lunghezza smisurata e dal consistente diametro chiamato in gergo “tempia”. Attraverso una lunga pulizia del sottobosco, i natalecciai procurano tutto quel materiale che verrà collocato, intrecciato e legato con maestria attorno alla tempia, dandogli così la forma di un mastodontico cilindro. Come ogni anno, sin dalla” notte dei tempi”, la sera del 24 Dicembre, precisamente alle ore 18, queste maestose opere d’arte vengono incendiate. Le fiamme si alzano alte al cielo, illuminando di rosso lo sfondo paesano; i numerosi presenti all’evento, rimasti nelle piazze del paese, sono rivolti con il naso all’insù, per non perdersi nemmeno un attimo di questo stupefacente show”.

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Lei racconta che alcuni anni fa ci fu un preciso fatto che la portò a un punto di rottura con il suo paese, arrivando, addirittura, a pensare di andarsene, per sempre. Una decisione subito messa in dubbio… “La mia decisione di abbandonarlo, mi perseguitò per un certo periodo, ma l’istinto amoroso, la voglia di salvarlo, il far crescere i miei figli in questo incantevole luogo, fece allontanare da me quella che al momento era una prerogativa. Come avrei potuto lasciarlo solo, abbandonarlo vigliaccamente senza tentare un suo salvataggio?”

Preso atto dei problemi del suo paese che ha fatto? “Ho cercato di denunciare il tutto, attraverso svariati articoli giornalistici, pubblicati sui mezzi stampa locali, e soprattutto su ‘A Piena Voce’, il giornale toscano di controinformazione totalmente autofinanziato”.

Bene. Ma, poi, lei cosa ha fatto, in concreto, durante questi anni, per migliorare il suo paese? “Credo di aver dato il via, assieme ad altri due miei amici, alla stesura di uno dei più grandi progetti che abbia mai visto nell’arco della mia vita nel mio paese: Il progetto, vuole sfruttare le risorse che il nostro territorio può offrirci, senza alcun scopo di lucro, mettendo queste a disposizione della comunità bisognosa. Il tutto potrà essere ripagato con una sorta di baratto: semi, utensili, combustibile, ore lavoro. Devo essere sincero, credevo rimanesse solamente una chimera, visto che consideravo il legame del mio paese con il capitale troppo radicato, ero convinto che la parola anticapitalismo incutesse timore ai miei concittadini, evidentemente mi sbagliavo”.

Dal bancone del suo bar ha visto crescere tanti ragazzi che poi… se ne sono andati, come moderni migranti… “Questa credo sia stata una delle più grandi sconfitte. Quei giovani che avevo ritenuto il trampolino di rilancio paesano, inaspettatamente se ne andarono. Me ne resi conto improvvisamente; eppure ne ero convinto, l’Estate precedente li avevo visti scorrazzare a cavallo delle loro vespe. La mancanza di occupazione li costrinse ad abbandonare la loro terra con molto rammarico. Una grande perdita per il mio paese, dove le loro capacità verranno investite in altri siti”.

Nel suo libro ha raccontato un paese pieno di contraddizioni però verso la fine il suo pensiero si è fatto fiducioso…pensa che guarirà… “Ne sono convinto, Gorfigliano guarirà! Il suo salvataggio non è solamente una mia prerogativa, il desiderio di una sua guarigione è impresso nelle menti di molti giovani che hanno deciso di investire il loro futuro tra queste splendide montagne. Un equipe di “medici” che condurrà certamente al suo risanamento”.

Anche se poi, nell’ultimo capitolo (quasi una postfazione), rivede la sua posizione. Mi sbaglio? “Io non rivedo la mia posizione, direi piuttosto che la confermo. Nel finale decido nuovamente di rivestire i panni dell’imputato, evidenziando finalmente la risposta al titolo del libro: Si tutto il mondo è paese! Analizzando a fondo le manipolazioni, le ingiustizie, il dominio della chiesa, il capitalismo, si può vedere che altro non è che quello che si sta verificando in tutto il resto del “Bel paese”, dell’intero Occidente, dell’intero pianeta”.

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