Nazareno Giusti

Stefano Elmi e i suoi “Scrittimaiali” tra profondità e leggerezza

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Luogo insolito per una presentazione surreale di un libro altrettanto insolito. Sabato 19 gennaio, a Barga, dalle 17,30, si è tenuta la presentazione del volume, “Scrittimaiali”  (Garfagnana Editrice) del nostro collaboratore Stefano Elmi. E fin qui niente di strano. Di insolito il luogo scelto: un ristorante, l’Osteria di Riccardo Negri in piazza Angelio, gremita all’inverosimile per questo appuntamento. Più insolita ancora era la “location” iniziale visto che il libro era previsto di presentarlo non (per precisa volontà dell’autore) in un luogo istituzionale ma tra prosciutti e salami, forme di pecorino e fiaschi di vino, in quella che qui in Valle del Serchio è nota come la bottega del Casciani, un luogo mitico, ritrovo di artisti e gente strana. Purtroppo un lutto familiare ha colpito la gestione del locale e da qui il ripiego all’ultimo minuto in un luogo comunque informale, anch’esso al centro della vita culturale, mondana, sociale ed umana del centro storico di Barga.

Proprio qui,  Andrea Giannasi – anche lui nostro collaboratore e direttore editoriale della casa editrice garfagnina – ha introdotto il volume di Elmi davanti a tantissima gente. Una raccolta sorprendente di racconti e scritti nati dalla voglia di “lasciare tutto ciò che mi ha sempre circondato, di strapparmi da tutto ciò che mi ha sempre legato al posto dove sono nato, di andare, sentire, vedere, scoprire cosa c’è oltre lo schermo del telegiornale dell’ora di cena”.

Reportage surreali, storie vere di persone incontrate tra la Garfagnana e il resto del mondo (scritti in due anni di onorata attività e pubblicati sul blog Scrittimaiali) che si sono valsi la raccolta e la pubblicazione grazie alla vincita del primo premio del concorso letterario “Interrete”.

Nato nel giorno dell’indipendenza statunitense e nell’anno della vittoria italiana al mondiale ispanico nella “ridente e depressa”  Barga, Elmi si è laureato nel corso Media e Giornalismo, presso la Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. Attualmente scrive per GiornalediBarganews.com e Il Tirreno (dove forse non hanno capito bene il portento che hanno tra le mani visti i trafiletti che gli concedono). Precario di professione, lavora presso l’Associazione Partecipazione & Sviluppo, nell’ambito dell’accoglienza dei migranti richiedenti asilo provenienti dalla Libia.

Anche questa esperienza è divenuta occasione per raccontare tante storie alcune delle quali presenti nel libro che si apre con l’introduzione di Andrea Monti giornalista di Radio Popolare e Il Sole 24 Ore.

Scrive Monti: “con Stefano ci siamo conosciuti quando facevano lo stesso corso di laurea in giornalismo, a Firenze. Un laboratorio di scrittura. Non ricordo cosa scrissi io, ma ricordo cosa scrisse lui, e soprattutto come lo scrisse: benissimo. Mi colpì molto un suo progetto in power point. Era una presentazione sulla (possibile? inventata?) Tav di Firenze: un tunnel che partisse da casa sua, nel sud della città, e arrivasse alla nostra università, a nord. Faceva ridere, non solo perché era un progetto volutamente ad personam, ma perché era scritto con un’ironia che mi piaceva un sacco”.

Nel progetto compariva Lunardi, allora ministro dei Trasporti. Nello stesso laboratorio Elmi scrisse un brano su un periodo che aveva passato in Francia a lavorare in una fattoria. Confessa il giornalista del prestigioso quotidiano economico: “anche quel testo mi colpì: per la sua ironia, di nuovo, e perché era profondo e leggero. Alcune osservazioni serie, diverse riflessioni facevano pensare, e lasciavano trasparire una grande sensibilità”.

Niente di più giusto. Profondità e leggerezza; è questo binomio la costante degli scritti di Elmi che a proposito del suo rapporto con la scrittura racconta: “Quando ero piccolo, credo più o meno alle elementari, qualcuno della mia famiglia, non ricordo chi, mi regalò un piccolo diario bianco con dei fiorellini azzurri o forse erano righe chiuso da un lucchetto con la rispettiva chiave. Dopo qualche settimana che giaceva su un tavolo chiuso dal suo lucchetto senza che io ci avessi scritto alcun che mi accorsi di aver perso la chiave. Pensai: poco male tanto non vi ho scritto niente. Però dopo un po’ pensai che anche volendo non avrei potuto scriverci niente.

Non sapevo cosa fare. Non lo volevo rompere. Non perché avessi un desiderio impellente di scriverci su qualcosa, piuttosto era il fatto di averlo lì ma chiuso, bloccato e non potermene servire in caso di un desiderio impellente di scrittura. Dopo circa un paio di settimane durante le quali non ci pensai più mi accorsi che lo avevo perso”.

Iniziò lì il suo rapporto con la scrittura. Alle scuole medie le ragazze avevano diari strapieni, lui, no, aveva tutto in testa. Tutto dentro.

Però negli anni delle superiori quel “tutto dentro” iniziò a infastidirlo: “c’era qualcosa che aleggiava nell’aria ma non sapevo afferrarlo. Rimaneva come a mezz’aria. Rimaneva sfuocato”.

Poi un incontro, per puro caso, come spesso accade: un libro di Bruce Chatwin: “In Patagonia”. Uno scrittore con studi da antropologo che vagabondava per il sud America con un taccuino nero moleskine era interessantissimo. “Mi accorsi che non scriveva sui suoi appunti discorsi trascendentali o opere filosofiche incomprensibili. Descriveva ciò che vedeva. Gli incontri che faceva. Le persone con cui parlava. I suoi pensieri. I luoghi in cui si trovava. Le difficoltà. Le gioie cui poteva imbattersi in un viaggio solitario per una delle zone più remote e più belle del mondo.

Insomma tutto ciò in cui i miei professori mi avevano fatto perdere ogni tipo d’interesse, lo ritrovai, casualmente in questo libro preso in prestito nella biblioteca del mio paese” che già si era fatta sentire per far notare che il suo “abbonamento” era scaduto.

E così piano piano incominciò a scrivere ciò che gli accadeva intorno, con il timore che qualcuno lo leggesse. “Poi mi accorsi che scrivevo meglio se non ci pensavo, insomma se scrivevo innanzitutto per me sentivo che stavo meglio. E quella sensazione d’insoddisfazione che aleggiava a mezz’aria svaniva. Tutto pareva meno sfuocato, almeno per un po’”.

E così ecco qua Scrittimaiali. “Pensieri composti per gente scomposta” come recita il sottotitolo. Ci si diverte, ci si commuove, si riflette, si impara. Non poco per una raccolta di racconti. E per gli scettici delle potenzialità dell’Elmi ecco qua sotto una parte di un suo testo (che compare nel volume). Si chiama “Live in Novoli” (omaggio al celebre album dei CCCP) e racconta dei suoi anni universitari a Firenze, nel quartiere di Novoli.

“Abito al primo piano di un palazzo molto poco bohemien. Appena fuori sul pianerottolo senti già l’odore indefinito che caratterizza l’appartamento. La mia stanza la condivido con uno studente siciliano. Studia legge ed è il massimo sospettato per l’indefinibile odore (mai visto farsi una doccia). La camera è semplicemente squallida. Imbiancata di un bianco sporco. La facoltà non è lontana, per cui la mattina vado a piedi”.

Elmi ci racconta la sua passeggiata tra i cementi e i marciapiedi della periferia, accanto sulla strada dissestata sfrecciano scooter e auto. Incontra una ragazza appena laureata e un operaio, due vite, due destini che si incontrano per un attimo per poi perdersi per sempre. Arriva all’Università e sulla porta lo blocca un ragazzo di Lotta Comunista. “Mi parla di massa e masse. Lo vedo vicino. Lo sento lontano”.

Poi la lezione.
“Un professore ci dice che non è lui il professore, che siamo noi che sappiamo già tutto e che ci vuole solo dare gli strumenti per tirare fuori questo “tutto”. Un altro professore ci dice che siamo solo degli ignoranti venuti qui perché non abbiamo voglia di lavorare. Una professoressa ci considera bambini delle elementari. Un’altra ci considera dei filosofi greci. Un’altra non ci considera affatto, dice che come sa le cose lei non le saprà nessuno. Siamo contenti”.

Una considerazione che vale lo scritto: “Siamo in tanti alle lezioni e siamo soli”.

Alla fine del libro Elmi ha voluto inserire una postfazione: in “Conclusione” in cui ci regala un affresco, superbo e fresco, della storia di Fornaci e della sua Fabbrica, riscoperta durante una passeggiata nel giorno del primo maggio. Un giornata che prometteva acqua, nonostante ciò calzate le scarpette da trekking, armato di entusiasmo, il giovane giornalista decide di percorrere la vecchia strada che collega Fornaci a Barga. A piedi, da solo.

“Oggi, questo tracciato si alterna fra strade secondarie, mulattiere e sentieri. Una volta, la via che passa dalla località di Giovicchia e arriva sin dentro Fornaci Vecchia, era la via principale per giungere a Barga. Da qui sono passati eserciti, granduchi di Toscana, nobili di varia caratura, briganti, viandanti, partigiani, nazisti e alleati”.

Cammina e pensa, Elmi. Torna nel tempo. Poi, dopo un tornante si materializza la vista dell’ agglomerato urbano e della sua Fabbrica, la SMI, lo stabilimento metallurgico della famiglia Orlando che ha fatto crescere quel gregge di case basse.

“Il colpo d’occhio, anche per i più abituati, tutte le volte rimane notevole. Dall’alto si capisce ancora meglio come tutto sia stato costruito in sua funzione. Compresa la ferrovia che arrivò qui per collegare in maniera più veloce lo stabilimento col resto d’Italia”.

In poche righe, in modo asciutto ed efficace, riassume una storia: anni in cui la Fabbrica è nata e cresciuta.

“Costruita in un solo anno, e subito messa a servizio per gli armamenti militari. Era il 1916. Negli anni successivi si ampliò ulteriormente. Fabbrica di montagna organizzata come vera e propria cittadella, come la sua omologa di Campotizzoro in provincia di Pistoia. Nel paese-fabbrica vi erano le scuole per i figli dei lavoratori, le villette civettuole per i dirigenti (come descritto in un documentario dell’Istituto Luce del 1940), case popolari, negozi, spacci, impianti sportivi, cinema e teatro. Nel massimo della sua estensione lo stabilimento di Fornaci ha impiegato fra le 7.000 e le  8.000 persone”.

E il racconto è testimone di un cambiamento rivoluzionario: “la millenaria economia basata sulla coltivazione e sull’allevamento andava esaurendosi”.

Così, “i contadini lasciavano i loro campi, i mugnai i loro mulini, i pastori i loro greggi per andare a lavorare nella Fabbrica”.

Fenomeno che aumentò esponenzialmente dopo la guerra, “la montagna si spopolò in cambio di un salario sicuro”.

In provincia, si sa, le cose arrivano sempre dopo. Se la provincia è poi un luogo ameno, quasi selvaggio, è quasi scontata una differita (più o meno lunga): fatto sta che “la rivoluzione industriale, seppur in ritardo, era arrivata anche sui versanti dell’Appennino Tosco-Emiliano”.

Mentre pensava questo, in quel giorno di Maggio, festa di tutti i lavoratori, iniziò a piovere. Messo il cappuccio, allungato il passo ripensa alla strada che sta percorrendo.

“Mi torna in mente che qui, molto più modestamente, è passata anche mia nonna Maria quando andava a lavorare alla Fabbrica. Prima di 12 fra fratelli e sorelle. Famiglia che per un soffio non emigrò in Libia a cercar fortune, come prometteva il regime. Genitori mezzadri nei poderi altrui, poco fuori Barga”.

Tanti figli che si disperderanno, come in un racconto biblico, ai quattro angoli del pianeta: Stati Uniti, Brasile e  Australia. Sua nonna no. Tenace e coraggiosa è rimasta a Barga, dentro le mura. Nella stessa casa. Dal 1962. Quella nonna che nel 1936, durante la guerra d’Etiopia, a 15 anni,  entrò nella Fabbrica.
Costruiva bossoli: la manovalanza era in prevalenza femminile.

Conclude: “Durante il secondo conflitto mondiale vi ritornò, finché la produzione non si fermò, in concomitanza con l’attestarsi degli eserciti sulla vicina Linea Gotica. Ogni mattina percorrendo quel tragitto che la conduceva a lavoro, si portava dietro delle bottiglie di latte che vendeva alle varie case che incontrava lungo il percorso. Nonostante fosse operaia, alla mattina presto era pur sempre contadina”.

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