Pier Giuliano Cecchi

Il trepido amore di Mario Mazzoni per Barga

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L’amore per Barga di Mario Mazzoni, puro e sincero nel suo lirismo, ma anche pieno di ansioso timore o di sollecita e affettuosa raccomandazione, si ritrova interamente nel libro Valleverde (1932), precisamente nei Canti di Valleverde. Un libro che ebbe una grande importanza nella formazione di quella che possiamo definire la sensibilità barghigiana, o meglio, Mazzoni fermò con alate parole ciò che era già il sentimento dei barghigiani del suo tempo, tutti uniti intorno alla loro storia, alle bellezze del territorio e, seppur segnati dalla vita nell’emigrazione, con l’animo rivolto a ciò che fu Barga e che ora stava agonizzando, con la caratteristica propria di un tale stato, effettivamente visivo dal progressivo affievolimento delle sue funzioni vitali.

Mazzoni vive con l’anima questo tormento e con la forza propria della poesia e dei poeti, lo scrive nella poesia Vecchia Barga, se vogliamo anche in Amore di Terra Lontana, lasciando e lanciando un messaggio a tutti: Barga riprenderà solo se sarà se stessa, rinascendo come l’araba fenice, la cui storia dice, Dopo aver vissuto per 500 anni, la Fenice sentiva sopraggiungere la sua morte, si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido sulla cima di una quercia o di una palma”. (Wikipedia).

In altre parole, dopo l’epoca fiorentina durata 500 anni, Barga sente vicina la sua morte e Mazzoni arde dall’idea della sua rinascita e allora canta il suo amore per lei morente in Vecchia Barga, cogliendo un vero fortemente condiviso dai suoi compaesani, i quali, amando la poesia e l’uomo Mazzoni, quel messaggio lo tramanderanno di generazione in generazione, così consegnandolo alla storia del Paese di sempre. In pratica c’è in Valleverde, e specialmente nella poesia Vecchia Barga, un testamento del poeta e di tutti del suo tempo, in attesa della rinascita.

Questo fu uno degli sproni che spinse nel 1990 Il Circolo Cesare Biondi di Barga alla ristampa di Valleverde, proprio per l’importanza che ebbe nella formazione e nel fissare quella che possiamo definire la sensibilità barghigiana.

Con le parole che seguono ecco come il prof. Umberto Sereni, il 26 ottobre 1990, dette iniziò alla presentazione della ristampa di Valleverde alla sala Colombo di Barga: “Valleverde è una pietra miliare, un volume fondamentale per capire l’appartenenza a una civiltà che poneva a suoi valori il bello, il buono, il giusto e riconosceva nell’arte, nella cultura, gli strumenti migliori per l’effettivo progresso del consorzio umano… prima che il sole se ne andasse dietro alle Apuane”. A tal proposito si legga la poesia Quarantore. Ora passiamo a leggerne alcune, iniziando da:

VECCHIA BARGA

 

 

 

 

 

 

Silenzio… Ascoltiamo il mormorio
dell’erma sera, che soave ascende
verso l’Aringo che s’inciela e splende
negli orizzonti di viola e d’oro.
Ascoltiamo: anche l’ombre ànno una loro
voce, che pare un serico fruscio.
Dolce per le callaie fonde in quest’ora
blanda indugiarsi, mentre le Apuane
piovono luce che i castagni indora
al monte e al piano, e tutte le campane,
alte sopra la valle ampia e sonora,
cantan vicino, cantano lontane.

Le campane dell’ora vespertina
dondolano nel cielo, a fiotti a onde,
tinnule voci d’oro e piane e fonde,
cullan la vecchia Barga alta sul poggio,
che nella gloria del tramonto roggio
si fa dell’ombre una densa cortina.
Oh attardiamoci ancora un po’: a momenti
Il campanone del sonno, con l’ore
Ci manderà i rintocchi suadenti.
Ma chi più ascolta il verbo ammonitore?
La vecchia Barga à i focolari spenti,
la vecchia Barga lentamente muore.

O vecchia Barga, mentre il tempo sgrana,
per vie che san di muschio e di convento,
il suo rosario, placido a rilento,
al ritmo del tuo cheto agonizzare,
si sogna di lasciarsi addormentare
con quest’anima tua che s’allontana.
Ma i sogni sono un filtro di malia
Che fascia e ovatta lo spirito insonne,
come la notte le tue case, o mia
città fiorita d’occhi di madonne,
nostalgica città di cortesia,
di vecchie usanze e di soavi donne.

Oh, vivi chiusa nelle rimembranze,
vecchia città che so tutta a memoria,
vecchia città che sai tutta la storia
de’ miei dieci e de’ miei venticinqu’anni,
che m’ài visto mutar d’età e di panni
come d’illusioni e di speranze…
Urge l’ora e sospinge nel tumulto,
lontano dal tuo blando romitorio,
ma l’anima à per te sempre un sussulto
e il tuo ricordo, come un ostensorio,
splende alla cima dei pensieri e occulto
raggia nel cuore, come in un ciborio.

Addio, canzone del mio cuore anelo.
Mentre ch’io lungi me n’andrò ramingo,
custode al sogno che nel cuor io celo,
resta tu qui, sul solitario Aringo,
sotto questo felice arco di cielo,
dove un dì poserò pago e solingo.

AMORE DI TERRA LONTANA

O Barga nostra, nostro eterno amore,
una lettera in forma di canzone
e dandovi del Voi, Vi parrà strano…
Non vi badate: quando canta, il cuore,
e un purosangue sfrenato e balzano,
che le redini strappa alla ragione.
Oh, aprirvi vorrei l’anima intera,
aprirvi il cuore… Il cuore è tutto gole
d’usignolo stasera:
canta senza ascoltare le parole
ed è tutto un tremore,
come alla prima lettera d’amore.

Il cuore è tutto un gran fremito d’ale,
ogni canto è un uccello migratore,
ché Voi siete una di quelle stupende
amatrici del tempo medievale,
di cui narran le fole e le leggende
che possedean i filtri dell’amore.
Avete stretto le vostre catene…
O è questo questo cielo basso in questa sera
grigia, o il rintocco lene
di quest’avemaria lenta e severa,
o i pii quaresimali,
che intonan le profonde cattedrali?

Malinconia delle malinconie…
Regina siete della lontananza,
Voi che serbata avete ben quell’arte
e amareggiar sapete anche le vie,
all’amante che a pena si diparte,
che del ritorno sanno la speranza.
La nostalgia avvelena anche le fonti
del ricordo, malinconia frappone
un velo agli orizzonti,
e il poeta, Arlecchino d’occasione
pei dì di carnevale,
si ritrova un Pierò sentimentale.

Quaresima… Fan festa i campanili
intorno a Voi: e che festa di sole!
Le quarantore… Su per le Vie Belle,
verso San Piero, giù per i Sedili,
fanno la coppia, passan gaie e snelle
le Vostre bimbe e colgon le viole.
Il ponte di Corsonna, Castelvecchio…
E su nel cielo lievi cirri bianchi,
aliti in uno specchio,
e strida e svoli di rondini a branchi:
canzoni per le vie
di terra e cielo; e a noi malinconie…

Or va’, canzone, in riva alla Corsonna,
dove ormai son rinate le viole,
e dì alla nostra donna
che torneremo (e il tardare ci duole)
ai nostri vecchi monti,
a rivedere il sol con due tramonti

 

QUARANTORE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cantiamo le nostre quarantore,
quelle di una volta;
ma con tutta semplicità
e senza preoccuparci punto della verità.

E che ci rimane,
se non ci è dato di mutare il volto
alle cose lontane?
Noi siamo gli emigrati di ogni giorno:
oggi e domani per il pane:
solo ieri per il sogno.

Cantiamo, così per fare,
tanto per distrarre il pensiero
da questo nuvolo nero,
che sale nel turchino del cielo.

Cantiamo, per ritrovare le vie
del passato:
malinconie per malinconie,
son sempre meglio quelle del tempo andato.

Cantiamo le nostre quarantore,
ma a mezza voce,
perché le campane di Loppia
non suonano a doppio.

Cominciavano alla mattina
Coi loro rintocchi martellati lenti,
come in sordina,
e seguitavano fino a vespro,
sempre immobili nel cielo sempre cilestro.

C’era un’aria così chiara
Che avvicina le cose,
come in quadro senza prospettiva;
c’era una santità sotto gli olivi…

C’era, (c’era una volta
Come nelle fole),
c’era una mamma che ci destava col sole,
c’era il vestito delle feste ai piedi del letto,
c’era in tasca due soldi,
per comprare le cialde;
e tanta gioia nel cuore.

Una via sempre solatia,
le coppie sulle murelle,
la processione delle fanciulle,
sui poggioli le merendelle;
e un orizzonte da trasfigurazione…

Tutto un paesaggio
ritagliato in terra di Palestina
con la Valle dei Gelsi e il Monte degli Olivi,
e un pellegrinaggio
in sosta sulla collina.

Ma son tutte cose di una volta
e come certo non le à viste chi ci ascolta;
perché noi cantiamo con tutta semplicità,
ma senza preoccuparci punto della verità.

 

CHITARRATA DEI DISINCANTATI

Per un Pierò fantoccio e una viva colombina.
Un mandolino, una mandola e una chitarra.

Quando viaggiano obliose l’alto cielo
e affollano i golfi dell’orizzonte
le flotte silenziose di stelle,
esce nella notte la chitarrata dei disincantati,
a lacerare i silenzi delle lontananze
con le sue dissennate romanze senza speranza.

Non c’è che il vostro Pierò di pallida tela
che viaggi, come sonnambulo, nel sole,
socchiuse le palpebre, serrata nel cuore
la sua serenata lunare senza parole.

I Pierò della vita inseguon le loro chimere
sulle scie rare delle meteore disperse
e leggon la loro musica notturna
su raggi di luna, come gli usignoli.

Non ci sono che i cani lontani a guaire
ai gridi strazianti del mandolino:
le corde stridule trimpellano i singhiozzi
e le lacerazioni di un’anima in pena,
e la mandola modula le malinconiche agonie
delle speranze morte;
la chitarra arpeggia il silenzio dei rimorsi muti
sui ricordi delle primavere perdute.

Ora va intorno nella notte,
al lume fioco dei lampioni,
la chitarrata dei disincantati,
a piangere sui brandelli d’illusioni,
che il giorno à ucciso
alle svolte delle vie.

Non schiudete balconi:
i disincantati celebran le loro passioni terrene
per adorare l’armonia divina
delle loro figurazioni ideali:
come il vostro Pierò, che à ritrovato Colombina
e ascolta ancora, alle soglie della vita,
l’eco senza fine delle sue canzoni.

Fermi sul Crociale, come a un quadrivio della vita,
indagan pei firmamenti immutabili e vasti
la guida polare dei viatori perplessi.

Oh, trovare la via dritta e ampia,
essere il repastore dei propri sogni
per un gran tratturo, come la vialattea,
che accoglie attraverso pel cielo, cima cima,
le blande gregge di stelle color d’alba…

Passa la chitarrata immemore e si perde
Per le callaie cupe e sonore come androni:
vicoli chiusi, strade senza uscita,
come gli abracadabra senza soluzione della vita.

C’è un Vicolo Buio, dove s’aspetta invano
la gioia d’un esile filo di luna:
adesso la navicella della luna
travalica indolente col suo carico lieve di sogni
gli arcipelaghi felici delle stelle
e doppia i promontori terrestri d’occidente.

C’è un vicolo stretto, dove invano s’attende
che Berenice disciolga le sue trecce,
per farsi una sottile scala d’oro
fino alla geometria divina delle costellazioni.

E c’è lassù una Via della Speranza…
Lune irraggiungibili entro pozzi di sogno,
arcobaleni viadotti del cielo
per gli evasi della realtà:
oh, una sola perla della Corona Boreale,
per farne un diadema a una chioma terrena…

Trapassa via lenta la chitarrata
E cadon l’ultime note stanche,
con l’ultime stelle, in Vicolo del Sole;
ai piedi di un lampione
agonizza nella luce scialba
l’ultima illusione…

E quando venere in cielo comincia a sbiancare
e l’alba a trascolorare,
non resta che andare in Vicolo Chiaro,
e vedere le rose sbocciare.

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