Pier Giuliano Cecchi

Nella ricorrenza della morte del Beato Michele da Barga (1399-1479)

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(capitolo 1) – Prendiamo in questi giorni di primavera, che il sole finalmente riesce a riscaldare e rendere visibilmente belli, la via che scende all’Ospedale S. Francesco, detta dei Frati. Poco prima che si possa vedere la struttura sanitaria, sulla destra si apre un cancello che da accesso a un porticato mattonato che continua girando intorno ad un chiostro, al cui centro fa bella mostra di sé un pozzo artesiano. Qui siamo all’ingresso dell’antico convento di S. Francesco, iniziato a costruire nel 1471 sullo stimolo di un frate osservante la regola dettata dal Poverello d’Assisi; il suo nome era fra Michele da Barga.

Varchiamo fiduciosi quella soglia, entriamo e proseguiamo con l’ingresso nella chiesa; lì, nel silenzio di voci, fra visioni di struggenti terrecotte robbiane, ci parrà di udire un frusciar pesante di veste marrone: può essere fra Michele, contornato da decine di figure vestite come lui, che ci invita alla pace e alla riflessione più intima. Se poi volgiamo l’occhio all’ancona della Natività di Luca della Robbia il Giovane, lo possiamo anche vedere; sta dietro alla Madonna, che con S. Giuseppe e S. Girolamo, vegliano il Bambino.

Proseguiamo il cammino e al fianco dell’altare centrale troviamo un affresco incassato in una sorta di nicchia. Lì è dipinto S. Francesco che apre le braccia all’Altissimo, così raccomandandogli un frate che gli sta in fronte. Questi è ancora il Beato Michele, che con una mano mostra il Crocefisso, mentre con l’altra indica stupito se stesso come dire: io che vissi in umiltà un simile dono ora lo posso vedere? L’opera è del pittore pisano Paolo Maiani, che ha ritratto il Beato rivolto verso il visitatore, quasi chieda: merito tanto?

La luce che pervade l’affresco è di una chiarezza che fa correre l’occhio a una vastità che forse prelude un fiume, certamente il Serchio. Le figure di S. Francesco e del Beato Michele sono immerse in quella mattinale placida tranquillità: una serena santità che congiunge cielo e terra e invita alla preghiera.

Chi era fra Michele, che tanto volle assomigliare a Francesco? Soprattutto, è sempre viva la sua memoria?

Prima di comunicare notizie storiche su di lui, vediamo quanto affascina ancora la sua figura, e per farlo ricorriamo all’ultimo libro di Vincenzo Pardini: Il Postale (Fandango, 2012), dove l’autore in un preciso momento del racconto ne traccia le virtù e la sua invocazione protettrice che vedremo dopo la breve premessa che segue, utile per introdurci alla citazione del Beato Michele.

Pardini nel libro Il Postale parla di un uomo, Liberio, che poi sposerà Altea, che con i suoi cavalli, essenzialmente con Balio, simbolo dell’energia della gioventù, conduce una vettura che trasporta posta e passeggeri, con fantastici, ma non troppo casuali incontri con reali personaggi della Valle e di Lucca che a lui ricorrono per il bisogno di spostarsi, o che lui stesso incontra per interessi della sua futura famiglia con Altea. Tra queste figure ecco presentarsi anche il beato Michele, memoria legata nel racconto al difficile parto che Altea dovrà sopportare, correndo il rischio della vita per mettere alla luce Amilcare, l’unico figlio che i due sposi avranno:

… credo di aver visto la morte in faccia. Una faccia che non si dimentica.

… Altea sta male… non sarebbe meglio chiamare un dottore? E’ solo sfinita. Ma ce la farà, fu la risposta della balia. Gli altri tacevano. Pensò fossero assonnati. Invece s’accorse che, neanche tanto piano pregavano il Beato Michele da Barga, un frate francescano di quella terra, nato nel 1399 e morto a 80 anni. Frate di cui aveva sentito parlare spesso. Proteggeva gli abitanti di quei paesi dalle prepotenze dei ricchi e dei potenti, che non esitava a svergognare in pubblica piazza. Inoltre si diceva che avesse resuscitato un giovane morto da poco alla maniera con cui Cristo resuscitò Lazzaro. A imitazione del Redentore, umile quanto imperioso, rivoltosi al giovane già disteso nella bara, disse: In nome di Dio alzati e cammina! Sotto lo sguardo esterrefatto dei presenti, il giovane fu in piedi come si fosse risvegliato da un sonno profondo.

… Liberio continuava a pensare al Beato Michele, che sentiva non un uomo del passato, ma del presente, addirittura più vivo degli uomini illustri che gli era accaduto d’incontrare…

Passato questo difficile momento per Altea, una sera la stessa rivolgendosi a Liberio esordì dicendo:

… sai cosa ho sognato quando stamattina sei partito? Balio, scommetto. (N.d.R. lo straordinario cavallo) No, qualcuno che mai immagineresti. Chi? Beh, non me lo avesse detto non l’avrei conosciuto. Era un vecchio frate francescano, dall’aria severa, ma dolce nel parlare. Mi ha detto: Altea, coraggio, il bambino e Liberio hanno bisogno di te. Ricordati che Dio esiste. Pregalo sempre come quando soffrivi. Sono il Beato Michele.

Quest’ultime parole me le ha dette che ero sveglia e me le sentivo vicino come, adesso, sento te.

Questa è una testimonianza dell’oggi, di uno scrittore, Pardini, che ha voluto inserire il suo ricordo del Beato Michele nel racconto de’ Il Postale. Uno spaccato descrittivo la vita della Valle tra la fine del sec. XIX e il primo ventennio del XX, dove trova spazio e si anima anche l’importante citazione del Beato, utile per introdurci alla sua vita, che vedremo nei prossimi articoli.

(continua)

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