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Libri e jazz: un’intervista con Francesco Martinelli

Mi pare che il pubblico del jazz pur numericamente limitato sia molto ambito dagli editori in quanto ha una grande passione per l'argomento e i suoi "piccoli" numeri in un paese che legge sempre meno contano sempre di più; inoltre l'estendersi delle scuole di jazz ha creato la necessità di testi di riferimento per i corsi di storia del jazz.

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Per chi legge di jazz in Italia non è affatto difficile imbattersi nel suo nome. Francesco Martinelli è senza dubbio tra i più importanti giornalisti e studiosi legati a questa musica e la sua attività meritoria in ambito editoriale è nota. Si pensi soltanto alle traduzioni e alle collaborazioni con una casa editrice come EDT. Da pochissimo è uscita la sua traduzione di Storia del jazz di Ted Gioia, sicuramente non un libro breve, data la mole. Ma l’aver intercettato quel libro e la sua traduzione mi ha spinto a intervistarlo per sentire che aria tira nei rapporti tra jazz e libri nel nostro paese.

LB: Da poco è uscita la sua traduzione del libro di Ted Gioia, una quasi monumentale Storia del jazz. Che libro è quest’ennesima “storia”?
RISPOSTA: Se posso permettermi un commento alla domanda, non è proprio una “ennesima” o lo è solo per il lettore inglese. In italiano è la terza storia “moderna” dopo il Polillo di cui raccomandiamo sempre la lettura ma che è ormai di quarant’anni fa. E “quasi” monumentale è giusto, dato che una delle altre due dispinibili ha quasi il doppio delle pagine… Il libro di Gioia è soprattutto una “storia” nel senso di racconto, che per me è la cosa più importante. In dodici “quadri” accompagna il lettore a conoscere luoghi e personaggi di una vicenda musicale affascinante intrecciandola strettamente con la storia della cultura e della società americana. Saggista e letterato, oltre che musicista, Gioia ha una ferrea preparazione sull’argomento, che io ho saggiato di continuo facendo domande e chiedendo chiarimenti quando non ero convinto, quindi questo racconto ha solidissime basi di esperienza e di cultura, ma è trattato come una narrazione, ricco di dettagli senza sacrificare la leggibilità. Certo, ci sono delle scelte da fare quando si tratta un argomento di questa portata e mi consenta anche delicatezza dal punto di vista politico e sociale; in questo senso l’approvazione di un saggista e critico culturale come l’afroamericano Greg Tate è molto significativa. Gioia non sposa nessuna delle fazioni jazzistiche spesso le une contro le altre armate, è aperto verso tutte le istanze e le critica quando lo ritiene necessario, in modo piano ed equilibrato. Alcuni passaggi – le descrizioni degli ambienti culturali di New Orleans, Kansas City e la Harlem degli anni Venti – e alcune trattazioni monografiche – su Tatum e Garner per esempio – sono formidabili e mi hanno fatto innamorare del testo anche se poi su singoli punti io personalmente posso avere opinioni e gusti anche assai diversi.

LB: Per EDT ha curato anche altri importanti contributi sul jazz ed è sempre stato molto attivo anche come giornalista. Qual è a suo avviso lo stato della nostra editoria – globalmente intesa – in ambito jazz?
RISPOSTA: Mi pare che il pubblico del jazz pur numericamente limitato sia molto ambito dagli editori in quanto ha una grande passione per l’argomento e i suoi “piccoli” numeri in un paese che legge sempre meno contano sempre di più; inoltre l’estendersi delle scuole di jazz ha creato la necessità di testi di riferimento per i corsi di storia del jazz. Ci sono libri molto interessanti, sia in originale che in traduzione, e instant book da dimenticare, ma complessivamente mi sembra una situazione in crescita rispetto ad anni non lontani in cui le opere “da leggere” davvero si contavano sulle dita di una mano e in cui le traduzioni erano affette da egregi strafalcioni. Il libro oggi svolge in parte la funzione che l’ambiente degli appassionati, tra negozi di dischi e club di jazz, svolgeva nell’era pre-internet.

LB: Spesso si è concentrato sulla letteratura critica di stampo anglosassone. C’è qualcosa di interessante che proviene anche da altri paesi? E se rimaniamo ai contributi critici prodotti all’interno del nostro paese?
RISPOSTA: La koinè del jazz è l’inglese, non c’è dubbio, e la stragrande maggioranza dei contributi importanti viene pubblicata in questa lingua che assicura la maggior platea possibile. E questo vale anche per la musica. E’ anche vero che non tutto quello che esce negli USA va preso come oro colato, anzi. Prima di arrivare alle proposte che sottopongo all’attenzione della EDT e di Siena Jazz per la traduzione c’è un gran lavoro di lettura e scarto. Un esempio catastrofico di opera da non proporre è la biografia di Duke Ellington scritta da Terry Teachout e recentemente pubblicata in inglese, mentre sul Duca esistono almeno due libri fondamentali mai usciti in italiano. In altri casi, anche già tradotti, ci sarebbe voluto un editing assai più severo alla fonte. Devo però ricordare che insieme ad Antonio Pellicori abbiamo tradotto e curato il libro del tedesco Peter Niklas Wilson su Albert Ayler per la pisana ETS (Albert Ayler, Lo spirito e la rivolta). Di interessante in molte lingue ci sono le storie del jazz nelle varie nazioni, dall’estone al portoghese, un campo ancora inesplorato che a me interessa molto. Nel nostro paese dopo il lavoro pionieristico di Arrigo Polillo, Vittorio Franchini, Franco Fayenz, Giuseppe Barazzetta, Giampiero Cane e pochi altri, attualmente ci sono studiosi di valore come Stefano Zenni, Massimo Franco e Luca Bragalini tra gli altri che hanno elevato il livello della nostra produzione critica, e che stanno anche formando nuove generazioni; oltre al lavoro di Marcello Piras a sostegno prima di Gunter Schuller per l’edizione italiana dei suoi libri e poi di Adriano Mazzoletti per la sua essenziale storia del jazz italiano.

LB: Su quali libri ha recentemente posato l’attenzione per un’eventuale proposizione nella nostra lingua?
RISPOSTA: C’è un prossimo volume in corso di traduzione per la ETS, ed è ancora di Ted Gioia: la sua guida al repertorio del jazz, un avvincente dizionario degli standard, con vita, morte e miracoli di queste canzoni che sono diventate la spina dorsale delle serate jazz. Per il seguito, parlando fuori dai denti le amare esperienze fatte in passato mi spingono al riserbo…

LB: C’è stato e forse in parte si riscontra ancora un lieve fermento editoriale che ibridava jazz e letteratura. Del resto il jazz agglutina bene anche con tante forme d’arte. Ma rimaniamo alla letteratura. Come giudica quella stagione di romanzi e biografie “jazzate”? Qual è a suo avviso il più bel romanzo “jazz” di tutti i tempi?
RISPOSTA: Non è una branca letteraria che mi interessi particolarmente. In molti casi le storie vere dei musicisti di jazz sono meglio di quelle che potrebbero essere inventate dalla fantasia di un romanziere; in altri dà fastidio almeno a me lo “sfruttamento” della musica da parte di persone che ne hanno una conoscenza superficiale. Il più bel romanzo jazz di tutti i tempi resta ancora Uomo invisibile di Ralph Ellison, importante per capire l’esperienza africana in America ancora prima della musica che essa ha generato. Ellison peraltro era lui stesso musicista, oltre che appassionato di alta fedeltà, e suo fratello a Oklahoma City era amico di Charlie Christian, quindi non parla per sentito dire…

LB: Per concludere le vorrei chiedere qual è il libro che sogna spesso di fare, ex novo o una traduzione magari “impossibile”.
RISPOSTA: Una traduzione impossibile è quella di un altro grande romanzo jazz, The Bear Comes Home, di Rafi Zabor (con Il sax basso di Svorecky completa quella che per me è la trilogia dei romanzi jazz essenziali, se consideriamo “Il persecutore” un racconto lungo). Impossibile per dimensione e difficoltà, almeno per me. Il libro che sogno di fare tratta del jazz europeo, una storia ancora tutta da raccontare, ma è un po’ un sogno e un po’ un progetto che ha fatto già qualche passo…

Scritto da Alberto Cellotto source – librobreve

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