Nazareno Giusti
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Cinque anni fa, il 25 agosto 2011, se ne andava Sergio Fini

remembering the artist Sergio Fini who died 5 years ago today

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Cinque anni fa, il 25 agosto 2011, se ne andava Sergio Fini. Sarebbe meglio dire, senza ipocrisie, “decideva di andarsene” con un gesto che ha lasciato grande sgomento in tutti coloro che lo avevano conosciuto per la sua decisione radicale, violenta, definitiva. Così si concludeva il suo ciclo terreno. Diceva Cesare Pavese (anche lui morto suicida in un giorno di agosto): “ogni vita è quel che doveva essere”. E così sia. Basta. Non vogliamo, quindi, per rispetto dell’uomo e dell’artista, indugiare oltre su quel giorno. Oggi, a un lustro dalla sua dipartita, abbiamo ritenuto giusto raccogliere la testimonianza di chi lo ha conosciuto e con lui ha fatto tante belle cose.

 

Sergio Fini era un uomo di grandi sentimenti. Contrastava la sua figura grande, massiccia, incupita da quella sua barba folta da brigante, con la sua anima sensibilissima. Non ci voleva molto a capire di esser difronte a una persona che più di altri sentiva le emozioni. Io, lo raccontai in un articolo scritto di getto il giorno della morte, lo avevo incontrato solo una volta. Eppure penso di aver intuito le sue peculiarità caratteriali, le sue particolari predisposizioni. E me lo ha confermato Keane mentre parlavamo, nei giorni passati, di come ricordarlo: “Bastava passare cinque minuti in compagnia di Sergio per rendersi conto che eri in presenza di una persona speciale. Era un uomo alla ricerca di qualcosa, una ricerca continua, costante”.

Cresciuto a Cardoso, Fini, aveva fatto molti mestieri. Per più di venti anni era stato operaio. Sempre, però, dipingendo. Aveva iniziato quando aveva dieci e a scuola i professori si portavano a casa i suoi disegni. “Per me era una grande soddisfazione, mi sentivo importante, e ancor oggi sono contento: gli è rimasto qualcosa di me”, mi confessò, candidamente, senza malizia, il giorno in cui lo intervistai.

“All’inizio- continuò- esponevo in galleria ma poi mi dissero: “dovresti iniziare a pagare qualche critico”… non mi piaceva quell’ambiente, allora decisi che avrei esposto solo in luoghi pubblici. Fino al 1998 facevo pittura figurativa poi ho iniziato a fare l’astratto perché solo così riuscivo a raffigurare l’emozione che è una cosa densa, palpabile, granulosa, colorata; e per spiegare i quadri li accompagnavano con le parole, così sono nate le mie poesie”.

Pier Giuliano Cecchi, memoria storica del comune di Barga, è stato per lunghi anni amico di Fini: “Con Sergio ci siamo conosciuti sul luogo di lavoro, in quella che una volta era la Smi. Subito entrammo in sintonia per la comune passione per la pittura e la cultura in genere. Scrissi un pezzo per il suo sito internet intitolato “Il gigante buono della poesia e pittura” e un’introduzione al suo libro di poesie “Vola” del 2002. All’inizio del Duemila, visto che anche io avevo cominciato a dipingere, ci venne l’idea di fare una mostra assieme che allestimmo a Pieve Fosciana, con l’aiuto dell’allora assessore alla cultura Aldo Poli. Fu una bella esperienza”.

E proprio Aldo Poli, rovistando tra le sue carte, ha ritrovato brochure e locandina di quella mostra del 2001: “A Pieve, fino a quel periodo, mostre di pittura non ne erano mai state fatte, tranne qualche esposizione fotografica. La mostra di Cecchi e Fini fu assai visitata ed apprezzata. Entrambi erano miei colleghi di lavoro e fu una sorpresa scoprire la loro bravura”.

Lucia Morelli, invece, ricorda un’altra importante mostra dell’artista: “Il progetto “Venti d’Arte” è nato con Sergio. Me lo ricordo seduto sul divanetto rosso, al centro di una stanza dalle pareti incomplete e con la seconda mano ancora da stendere. Sul pavimento c’erano i barattoli di vernice aperti, con i pennelli ancora da pulire. Una pausa per definire le ultime cose prima dell’apertura di “ArteFact”, la collettiva di tre artisti: Sergio, Nicola Salotti e Keane (article here)  che avrebbe inaugurato i nuovi spazi di “Venti d’Arte”. Era il 2010. In quell’occasione Sergio esponeva le sue figure astratte, geometrie incalzanti che ricordano cieli stellati e mondi fantastici. L’inaugurazione andò benissimo, la gente non riusciva ad entrare dal grande afflusso. Dopo una quindicina di giorni organizzammo un evento di chiusura della mostra: un live painting con un’unica tela per tre artisti (article here)  Ne uscì un’opera summa, qualcosa che ancor oggi mi strabilia e profondamente mi tocca il cuore. Ogni qual volta osservo quella grande tela, rivedo gli occhi illuminati da una particolarissima luce radiosa di Sergio e tutta la bellezza della sua grande anima”.

A Fornaci di Barga incontriamo Maria Elena Caproni, all’epoca della scomparsa di Fini redattrice de “Il Giornale di barganews” e sua grande amica: “Quando ho conosciuto Sergio eravamo entrambi inseguiti da certi nostri fantasmi. E li condividevamo cercando di rimanere “leggeri”, soprattutto attraverso la sua arte. In quel periodo portava avanti un corso di pittura emozionale durante il quale la parola d’ordine era “liberarsi” dalle zavorre che ci tenevano ancorati ai nostri pensieri più grevi: ad occhi chiusi e con le sole dita lui riusciva a dipingere alberi e paesaggi lievi e quasi incantati. Io facevo solo patacche ma per me erano momenti preziosi. Spesso poi concludevamo al bar, con qualcosa da bere, per tornare a prenderci meno sul serio. Sergio è stato un buon amico per me, un maestro, un confidente. Era leggero e profondo al contempo, era una persona rara. Ed è sfiorito troppo presto” (article here)

Sempre a Fornaci, in via Cesare Battisti (laddove Fini aveva, negli ultimi tempi, stabilito il suo showroom), Gian Gabriele Benedetti ci racconta: “Ho avuto il piacere di apprezzare Sergio fin dalle scuole elementari, essendo stato mio scolaro per un anno. Sergio ha sempre dimostrato grande disponibilità d’animo verso le persone e verso il mondo. La sua arte, manifestata nella pittura, nella ceramica e nella poesia, si è immancabilmente attestata quale genuina e limpida comunicazione, tesa a delineare tempi e spazi, figure e riflessioni, visioni e memorie, momenti affettivi e autenticamente sofferti, profondi ripiegamenti su se stesso (spesso dipingeva l’anima e la cantava con la parola), capaci di condurci al superamento di improduttive solitudini, di inutili esteriorità e di quella falsa valorizzazione tipica dei nostri tempi. Ce lo ha portato via, purtroppo, il “male di vivere”, significativamente cantato dal grande Eugenio Montale. E ci manca davvero, ci mancherà la sua figura di uomo-gigante-buono, ci mancherà il suo tenero sorriso. Tuttavia la sua generosità, la sua apertura verso l’altro e la sua arte parleranno sempre di lui e lo faranno vivere continuamente vicino a noi”.

article by Nazareno Giusti

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