Nazareno Giusti
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Arandora Star – La tragedia dimenticata

"To forget would be a greater tragedy " - Gino Tambini, grandson of Giovanni Tambini, lost on the Arandora Star, July 2, 1940

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Per fortuna a Barga c’è l’Istituto Storico Lucchese. Lo diciamo sinceramente, perché se non ci fosse questa attivissima sezione, la Fondazione Ricci e poche altre iniziative di singoli cittadini, qui, la memoria di chi ci ha preceduto sarebbe lasciata cadere in un triste e assordante oblio. Già, perché non bastano le corone di fiori e i discorsi di circostanza (che pure hanno la loro importanza). Per non dimenticare bisogna raccontare le vite di chi ci ha lasciato. Bisogna farle (ri)vivere.

E questo è stato, giustamente, fatto sabato pomeriggio, all’interno dello Scottish Week, in una giornata dedicata alla tragedia dell’Arandora Star, con la proiezione del documentario “Arandora Star. La tragedia dimenticata”, una mostra e l’introduzione storica di Pietro Luigi Biagioni, della Fondazione Paolo Cresci per la storia dell’emigrazione italiana.

La tragedia dell’Arandora Star è una storia di emigrazione, di guerra, di morte. Ed è una storia, soprattutto, di ingiustizia. Quella subita dai tanti italiani finiti in fondo all’Oceano. E anche dopo, per quel silenzio lungo mezzo secolo.

Furono 446 gli italiani morti nell’affondamento della nave britannica, quel 2 luglio 1940, a largo della costa dell’Irlanda. Tra le vittime, il più giovane era Luigi Gonzaga di 16 anni, il più grande era Domenico Marchesi, che di anni ne aveva 68.

Perirono anche ebrei italiani che avevano trovato rifugio in Gran Bretagna in seguito alle leggi razziali e antifascisti come Decio Anzani, segretario della Lega Italiana per i Diritti dell’uomo. La loro unica colpa era, semplicemente, quella di provenire da una nazione nemica, e, quindi, essere “cittadini pericolosissimi”. Anche se, ad esempio, quasi tutti erano perfettamente inseriti nel tessuto sociale locale e alcuni, addirittura, avevano figli arruolati nell’esercito britannico.

Dodici i barghigiani morti. Oliviero Agostini, Humbert Alberti, Vincenzo Bertolini, Ferdinando Biagioni, Giovanni Cosimini, Silvio Da Prato, Pietro Dalli, Nello Ghiloni, Santino Moscardini, Amedeo Poli, Caesar Rocchiccioli, Giuseppe Togneri.

Dodici vite, dodici storie che sarebbe interessante raccontare nella loro individualità. Un modo efficace per far capire la portata della tragedia. Un lavoro certo non semplice ma da fare, che proprio gli amici dell’Istituto storico lucchese o di Centolumi potrebbero realizzare.

L’immedesimazione, la rievocazione delle singole vite, infatti, risulta essere, molto più di tanti dati e inquadramenti geo-politici, uno straordinario modo per far capire certe vicende. Non a caso, Caterina Soffici, autrice di “Nessuno può fermarmi”, un bel romanzo sull’argomento (edito da Feltrinelli),  qualche settimana fa, ha dichiarato: “Ho cercato di rendere queste persone vive. Per far  capire l’ingiustizia e la tragicità di questo evento era fondamentale raccontare le loro singole storie”

Come, d’altronde, ha ben fatto la storica fiorentina Maria Serena Balestracci, che, all’inizio del decennio scorso, ha raccolto decine di testimonianze di parenti delle vittime nel volume “Arandora Star. Una tragedia dimenticata”, aggiornato e ripubblicato poi con il titolo “Arandora Star. Dall’oblio alla memoria”.

Storie come quella di Giovanni Rosi che fu prelevato dalla polizia nel suo negozio. Gli agenti, un po’ imbarazzati, con gli occhi bassi, dissero: “Mister Rosi, you have to come with us”. Ma lui era tranquillo e aveva sincerato la figlia Elena: “Tranquilla! Perché mi dovrebbero fare qualcosa? Io non ho fatto niente!”.

Luigi Cappuccini, detto Quansito, fu arrestato nel suo caffè, “il giorno dopo che Mussolini aveva dichiarato guerra”. Stipato sulla nave, si ricordava perfettamente il panico dei primi minuti seguiti al siluramento dell’imbarcazione: la gente disperata, che non sapeva cosa fare, i giubbotti di salvataggio tutti legati insieme e tenuti ben lontani dal filo spinato. Alcuni militari tedeschi li staccarono uno ad uno con i denti, passandoli ai civili che tentarono di salire sulle scialuppe ma i militari britannici, armi in pugno, glielo impedirono: prima loro, dopo i “nemici”.

Quansito, aggrappato a una corda, si calò su una scialuppa che già era in mare. Scendendo, si bruciò le mani e cadde con una gamba dentro e l’altra nell’acqua, spaccandosi i denti. Ma era salvo. Vide la nave affondare mentre si allontanava, e vide il suo amico Luigi Rosi, che non aveva avuto il coraggio di gettarsi, farsi sempre più piccolo.

Guido Conti, 32 anni, quando era stato prelevato, aveva lasciato una moglie incinta di nove mesi. Mentre la nave affondava, riuscì ad aggrapparsi a un pezzo di legno che lasciò per far appoggiare un altro italiano che, al contrario di lui, non sapeva nuotare. Pensava di potercela fare ma le onde dell’Atlantico furono più forti di lui.

Article by Nazareno Giusti

 

 

In early June 1940, immediately Italy entered the Second World War, all Italian male civilians between the ages of 18 and 70 years living in the UK were arrested by the police and military to be interned under instructions of the War Cabinet.

Following a decision to transport a number of internees to Canada and Australia the liner “Arandora Star” left Liverpool for Canada carrying some 1,570 Italian, German and Jewish internees, mostly shop owners, barbers, market salesmen and such like who had been arrested by the British as they were considered a threat once Italy had allied with Germany.

The ship was also carrying 200 troops to guard the prisoners and some heavy machine guns for protection.

It was the 2nd of July 1940, the Arandora Star’s third day at sea and the captain was unhappy with the weather as it was flat calm and they were clearly visible to enemy ships.

Meanwhile a German U-boat captain called Prien was on his way back to Germany and not very happy either.

Prien was aged just 32 and was already a war hero, but one of his students, a captain Endrass, was set to receive an award for the highest tonnage of ships sunk within that month. This obviously did not sit well with his master’s ego.

Prien was on his way home with seemingly no hope of beating Endrass, as he was 5,000 tonnes short of doing so and had no deck ammunition and only one torpedo.

 

 

 

Then on July the 2nd he spotted the Arandora Star and sank her with his remaining torpedo.

At 07.58 hours on 2 July 1940 the unescorted Arandora Star (Master Edgar Wallace Moulton) was hit by one torpedo from U-47 about 125 miles west by north of Malin Head, Co. Donegal and foundered later in 56°30N/10°38W. The ship had 479 German internees, 734 Italian internees, 86 German prisoners-of-war and 200 military guards on board. The master, 12 officers, 42 crewmen, 37 guards, 470 Italians and 243 Germans were lost. 119 crew members, 163 guards and 586 Italians and Germans were picked up by HMCS St. Laurent (H 83) (Cdr H.G. De Wolf, RCN) and landed at Greenock. – source

The Italians began clambering into the lifeboats to save themselves from drowning but the British shot holes in the lifeboats to stop them from escaping.

682 people perished including 200 soldiers (full list here) The surviving Italians were shipped back to Liverpool where they were transported to prison camps in Australia the following week.  – source – BBC

 

Among those lost on the Arandora Star were the following Barghigiani:

Agostini, Oliviero 29.04.1904
Bertolini, Vincenzo Silvio 14.06.1876
Biagioni, Ferdinando 06.07.1895
Da Prato, Silvio 27.02.1878
Poli, Amedeo 10.03.1896
Rocchiccioli, Caesar 06.12.1909
Togneri, Giuseppe 19.03.1889

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