Nazareno Giusti
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Aria di Natale – Ricordando Gualtiero Pia

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piaDopo il successo della giornata in memoria di Gualtiero Pia organizzata in primavera, sabato scorso, alla Fondazione Ricci, lo scrittore barghigiano è stato ricordato da Vincenzo Pardini (che ci aveva parlato di Pia qui), Graziella Cosimini e Gian Luigi Ruggio.

E proprio Ruggio, da noi contattato, ci ha raccontato dell’amicizia che lo legava a Pia: “l’ho conosciuto tardi. Sono andato via da Barga che avevo un mese, mio padre, per lavoro, si spostò prima a Taranto e poi a Roma. Quando ritornati avevo trentacinque anni e lui insegnava ancora a Riparbella, in Maremma. Fu nella prima metà degli anni Ottanta che lo iniziai a vedere nelle vie del paese. Lui sapeva molto di me, io poco di lui. Ci salutavamo e intuivo che voleva stabilire un contatto ma non ne aveva il coraggio. Seppi che, da giovane, durante la guerra, aveva simpatizzato per la Repubblica Sociale. Un passato ingombrante. Veniva chiamato “il nostalgico positivo”, perché, prima di tutto, era un uomo perbene. Un pomeriggio, al Capretz, si avvicinò e si presentò. Ci sedemmo a un tavolo e, davanti a un caffè, mi raccontò di sé. Nacque lì la nostra amicizia. Quasi subito mi fece avere i suoi libri. E da quel momento, ogni volta che finiva di scrivere un testo, veniva da me e mi portava la bozza per un giudizio. Conoscendolo meglio, ebbi modo di apprezzare le sue numerose qualità, la sua grande umiltà e la sua innata timidezza. Spesso passeggiavamo assieme, e durante queste camminate mi raccontava dei suoi progetti. Una volta mi parlò di una storia che stava scrivendo. Una storia triste, tra fantasia e realtà. La storia di un clown. A un certo punto la sua voce, bellissima, maschia, pastosa, si incrinò. Mi girai e vidi che piangeva. Riusciva a immedesimarsi in maniera impressionante con ciò che scriveva. All’epoca collaboravo alla giovane televisione privata Tiesse, che proprio qui a Barga aveva la sua sede. Lo invitai a lavorare con me e scoprii che aveva grandi capacità attoriali. Non a caso, da giovane, aveva superato dei provini cinematografici, ma per questioni economiche impellenti aveva dovuto abbandonare la strada dello spettacolo”.

Ruggio e Pia realizzarono assieme diverse trasmissioni di carattere storico-culturale. Nella giornata di sabato, alla Fondazione Ricci, sono state proiettate quelle dedicate al Presepe Vivente del 1987 e alle tradizioni natalizie. “Era un uomo profondamente religioso” continua Ruggio. “Non finiva di stupirsi della venuta di Cristo in Terra per salvare l’Umanità e della facoltà di Cristo di soffrire insieme agli altri, per gli altri”. E questo stupore si nota nei suoi numerosi scritti dedicati al tema della natività, come in “Aria di Natale”, “E nacque un bambino”. In quest’ultimo volumetto racconta come vivono il Natale i fedeli di varie nazioni del mondo. Particolarmente emozionante la tradizione irlandese di mettere una luce alla finestra di casa. Un’usanza antichissima in cui i fedeli, durante l’Avveto, alla sera, dopo il lavoro nei campi, si recavano in chiesa e per “ritrovare” la via di casa lasciavano una candela accesa alla finestra.

Tra i vari racconti di ambientazione natalizia scritti da Pia, tra i più riusciti c’è “Solitudine”. La sera della vigilia di Natale un vecchio boscaiolo torna nella sua casa, su in collina, dove abita da solo. La moglie è morta, i figli sono emigrati aldilà dell’Oceano. E lui è lì, solo col suo cane, un lupo maremmano, al lume tremulo della lampada a petrolio. Mentre fuori tira forte la tramontana, accende il fuoco e inizia a fumare la pipa e ad accarezzare il cane. L’uomo guarda fisso il fuoco. Ma in realtà guarda la sua vita che gli passa davanti. Poi, d’improvviso, si alza. “Facciamo il presepe”, dice. E il cane gli scondinzola attorno mentre va a recuperare le statuine sistemate in un armadio tarlato. Ci sono solo Giuseppe, Maria e il bambino. Li mette vicino al focolare. E, guardandoli, si addormenta.

Ma “È sceso l’Angelo” il racconto che, probabilmente, è maggiormente rimasto impresso nella memoria dei barghigiani e non solo (visto che il testo ha avuto una discreto eco ben oltre i confini locali, come dimostra l’edizione a cura della Casa del cardinale Maffi in San Pietro in Palazzi). Durante una delle tante terribili notti del dicembre 1944, a causa degli incessanti bombardamenti, i paesani sono costretti a lasciare le case sventrate di Barga per cercare rifugio sui monti. Tra i tanti sfollati ci sono anche un falegname con la moglie incinta che ha sistemato in groppa al loro miccio. Cercano ma non trovano riparo. Tutti i possibili rifugi sono tutti saturi di gente sfinita dai volti macilenti. Poi, finalmente, anche i due trovano una forra. Il falegname decide di lasciare lì la moglie e andare a cercare un riparo più sicuro, senza esporla ai pericoli di quella notte maledetta. Ma in quella notte illuminata a giorno dai bengala, quella notte in cui la neve è macchiata dal sangue dei soldati, accade qualcosa di incredibile. Come scrive Pia all’inizio del racconto: “A quell’età non sapevo che Gesù potesse nascere anche sotto il fuoco del cannone, tra gli uomini che si ammazzano”. Eppure, come ci racconta Pia, successe, succede.

Qualche settimana fa il filosofo Massimo Cacciari, intervistato da il Giornale sul tema delle radici cristiane, denunciava come tanti fedeli non rimangano stupiti dalla sconvolgente storia di un Dio che si fa Uomo e viene sulla Terra. “La nostra società è anestetizzata- spiegava lo studioso-, il Natale è diventato una favoletta, una specie di raccontino edificante che spegne le inquietudini. Manca il brivido davanti a una vicenda così grande, incommensurabile”.

E se nella società di oggi quel brivido manca, invece lo possiamo sentire attraversare i racconti di Pia. Leggiamoli, o rileggiamoli. Ci aiuteranno a capire meglio il senso (vero) di queste giornate.

Nazareno Giusti

 

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