Il tormentato funerale di Giovanni Pascoli – barganews.com v 3.0

Il tormentato funerale di Giovanni Pascoli

Strano destino quello di Giovanni Pascoli: anche da morto, per un certo periodo, sembrò non trovare quella pace tanto agognata in vita. Infatti, poche ore dopo la morte, si scatenarono tumultuose discussioni sul luogo del suo definitivo riposo.

I romagnoli -forti della tomba familiare “tra San Mauro e Savignano”, e di un accenno ne I gigli di Myricae: “Maria mi porti/nella mia casa, per morirvi in pace/presso i miei morti”- volevano dargli sepoltura nella terra natale. Da San Mauro era partita, infatti, una delegazione guidata dal “gregario”  Ruggero Tognacci, per difendere, anche con “un atto di forza”, quello che era un loro “sacro diritto”.

A Maria fu proposto anche di tumularlo a Bologna  presso il Carducci, o in Santa Croce ma lei fu risoluta: il fratello sarebbe stato seppellito a Castelvecchio, come aveva espresso negli ultimi anni e aveva scritto in una delle sue ultime poesie: “Ch’io ritorni al campanile\ del mio bel San Niccolò \ dove l’anima gentile \finalmente adagerò”.  Nella sua scelta fu anche rincuorata da Don Barrè che le comunicava attraverso un telegramma: “Popolazione intera Castelvecchio, addoloratissima grande sventura suo Giovannino, mostra dolore suo profondo unanime, desiderando implorando reclamando ultimo conforto venerata salma ombra salici piangenti”.

Tutto questo mentre nella camera ardente, aperta nello studiolo accanto l’ingresso, fu visitata da una gran folla: autorità politiche, culturali, rappresentanti di partiti e umile gente. Tutti insieme in una lunga fila che continuò, giorno e notte, per due giorni.

I funerali furono celebrati nella Cattedrale di San Pretonio a Bologna il martedì 9 aprile: “lunghissimo, commosso corteo, preceduto da un frate francescano, davanti al quale un ragazzo inalberava la croce”. Dopo i funerali la salma partì subito alla volta di Barga su un treno speciale su cui viaggiarono professori universitari e politici tra cui l’Onorevole Luigi Credaro, ministro dell’Istruzione. Ad ogni stazione gente e fiori anche dopo che, attraversato l’Appennino iniziò a piovere.

Il treno arrivò a Lucca dove il prefetto cavallier Carafa- intravedendo una manovra della Massoneria che pensava mossa dall’imminenza delle elezioni politiche per il rinnovo del collegio cittadino- a tutti i costi volle impedire che, nel territorio di sua competenza,  fossero tributate solenni onoranze alla salma del poeta, non poté impedire però, che al passaggio del convoglio ogni paese della Lucchesia facesse suonare le campane, in segno di lutto e di saluto. La folla che si era recata a salutare il passaggio della salma, poi,  trovò i cancelli di ingresso alla stazione sbarrati. Tutta la zona era presidiata da contingenti di polizia e carabinieri che avevano avuto l’ordine di non far avvicinare la gente che voleva rendere omaggio al poeta. Ma il gran numero di persone, “parecchie migliaia” (secondo il giornale  socialista “La Sementa”), vanificò la mossa del cavaliere Carafa: i cancelli furono aperti a viva forza. Un’immensa fiumana di popolo invase la stazione e d accolse “riverente e commossa” il treno che portava il poeta. Tra questi anche  il professor Mancini con i suoi studenti.  Fatto il trasbordo si ripartì alla volta di Fornaci sempre sotto una pioggia che non accennava a diminuire.

Era notte quando il treno giunse alla stazione fornacina.  Preceduto dalla banda  cittadina che suonava  la marcia funebre di Chopin, il corteo si mosse alla volta di Barga sotto un vero e proprio diluvio procedendo con immensa difficoltà nel buio di una strada che era ormai ridotta a una palude, sotto il vento che spegneva le torce e faceva sfiorire le ghirlande.

Era stato fatto poca percorso quando il corteo fu costretto a fermarsi, nei pressi di un casolare. La tensione salì. In molti non capivano perché non potevano aspettare la mattina e se la persero con il commissario prefettizio che aveva avuto ordine di arrivare al cimitero, senza scuse.

“Tentarono- scrisse il commissario nella sua relazione- di far sostare la salma  in una sala della M.S. Delle Fornaci, ma la sorella non volle e si andò al cimitero, arrivando in condizioni assai rovinose”.

Qui alcuni studenti bolognesi (che già avevano rumoreggiato ai funerali) assieme ad alcuni cittadini di San Mauro cominciarono a protestare non volendo che la slama fosse benedetta ma il parroco, don Barrè,  “per volontà della sorella Maria”, benedì la salma ma senza esequie solenni. Il feretro fu in tutta fretta rinchiuso in un loculo provvisorio nel cimitero cittadino. Tutto intorno le forze dell’ordine, con proiettile in canna, per prevenire disordini.
Il Commissario prefettizio Salerni si affrettò a telegrafare alla Prefettura: “Sotto pioggia torrenziale salma Pascoli trasportata cimitero e tumulata ore 23. Nessun incidente”.
Per timore che la salma fosse trafugata, per due interi giorni, le guardie comunali, assieme alle forestali e ai carabinieri fecero a turno la guardia.

Pascoli rimase nel loculo, dentro la “grave cassa di noce”, alcuni mesi: sino al 6 ottobre quando “dopo una grande commemorazione nel Teatro- che pareva ancora risuonare della sua parola- fu trasportato tra fiori, bandiere, lenti suoni di bande e di campane nella cappellina di Castelvecchio” dove Maria aveva deciso di  metterlo in un sarcofago esterno visto che negli ultimi giorni di vita Giovannino aveva espresso “ l’orrore di andare sotto terra”.

Di quel giorno- che metereologicamente non fu certo migliore dell’arrivo della salma- abbiamo uno straordinario racconto che padre Luigi Pietrobono fece per la Gentile Ignota
“Arrivai la mattina alle 8  e 30 il tempo era triste di nuvoloni grigi, ma non pioveva. Aspettando l’ora della cerimonia, girai di qua, girai di là, per ritrovare le cose a cui Pascoli ha dato vita. Ce n’è tante!!Dovunque si posa l’occhio, tutto si ricorda a noi con un verso, con una parola, con una poesia di Lui. I campi sono pieni della sua anima. Lungo la via da Lucca a Barga, risalendo il Serchio, non si fa in tempo a ridire tutto quel ch’egli vide ed espresse. Per sentirlo meglio bisognerebbe vivere lì, in quella valle.

Alle due e mezzo cominciò a sfilare il corteo cominciò a sfilare il corteo. Ma nessuno badava all’acqua. Gli volevano ben davvero. Le case avevano esposto alle finestre parati con liste nere, sulle botteghe era scritto lutto cittadino; parlavano composti, a voce piana, nessuno gridava, i fanciuli non schiamazzavano.

Vecchi, uomini, donne, bambini, di ogni condizione, andavano tutti. E il cuore mi si incominciava a intenerire verso quei contadini che mi parevano più di tutti compresi della solennità che si andava compiendo”.

Forse, a Pascoli sarebbe piaciuto.

Fu un buon giorno.
Perché come aveva detto lui il “poeta vero” e “non modista, non cercatore di plausi e lusingatore di passioni non vive se non nel futuro”.

“Oltre tomba è la sua vita e la sua ricchezza e la sua gioia, s’egli è la voce nuova che cerca i cuori dove echeggiare”.
Lì aveva trovati, primi fra tutti, in quelli di quei contadini che avevano lasciato il lavoro ed erano venuti a rendergli omaggio, con i loro fiori di campo in mano.

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