Sara Moscardini

Anna Karenina di Joe Wright

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Dalla San Pietroburgo del 1874 Anna (Keira Knightley), giovane moglie del ministro Karenin (Jude Law) e già madre di un bambino, parte per salvare il matrimonio del fratello Stiva (Matthew MacFadyen), minato dai tradimenti. Durante il viaggio conosce il conte Vronskji (Aaron Johnson), ufficiale di cavalleria che sta facendo la corte alla giovanissima Kitty (Alicia Vikander) che per lui ha rinunciato alla proposta di matrimonio dell’onesto Levin (Domhnall Gleeson), da sempre innamorato di lei. Rapidamente e imprevedibilmente, Vronskji e Anna, prigioniera di un matrimonio freddo e ormai logoro, si innamorano. Rimasta incinta, Anna sfiderà le convenzioni sociali e le minacce del marito per il suo grande amore; ma ogni scelta avrà un prezzo da pagare.

Joe Wright, già regista di Orgoglio e pregiudizio e Espiazione, affronta una nuova opera tratta da un lavoro letterario; stavolta però dalla tradizionale Gran Bretagna si sposta addirittura nella Russia imperiale, impietosamente ricostruita su fondali teatrali. La scelta del regista che salta infatti inevitabilmente all’occhio è quella scenica: la storia di Tolstoj è ambientata in un alternarsi tra un polveroso teatro ed esterni, in cui le scenografie si spostano, si costruiscono sul momento, si interfacciano a suggerire la finzione di quanto avviene sotto ai nostri occhi. Una scelta molto teatraleggiante e forse troppo azzardata: gli sfondi dipinti, i luoghi ridotti danno un sapore artificioso che non aiuta lo svolgimento di una storia che già di per sé appare tanto didattica. La trama che vede fronteggiarsi due amori, quello puro, cortese e consacrato dal matrimonio tra Levin e Kitty e quello carnale, folle e illegittimo tra Anna e Vronskji, celava, nell’intenzione di Tolstoj, una volontà di netta distinzione tra bene e male, tra giusto e sbagliato. Wright riesce a trasporre discretamente sulla pellicola lo svolgimento delle due storie, con molta tenerezza ed efficacia (ad eccezione di una Knightley, che definire legnosa e monoespressiva è poco). Grande risalto, con ottimi risultati, è dato ai particolari della ricostruzione d’epoca, in particolare ai bellissimi costumi, aspetto sempre curato dal regista anche nella filmografia precedente; l’ambientazione  storica di per sé risulta invece molto blanda, tralasciando quegli aspetti che nello stesso libro di Tolstoj si portano invece al centro (la vita nelle campagne, il peso delle convenzioni sociali, lo stato dei semiliberi e le nascenti ideologie). Dunque un film molto intimo e piegato su sé stesso, che fatica a sollevare la testa per una visuale più ampia e non riesce a regalare grandi emozioni o momenti memorabili. Molto british e molto poco russo.

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