Sara Moscardini

Il grande Gatsby di Baz Luhrmann

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il-grande-gatsbyDal capolavoro di Frances Scott Fitzgerald. Nella New York dei ruggenti anni ’20 il giovane Nick Carraway (Tobey Maguire) si reca a vivere a Long Island, sul lato della baia abitato dai nuovi ricchi; dall’altra parte della baia vive l’alta borghesia newyorkese, compresa la  deliziosa e fatua cugina di Nick Daisy (Carey Mulligan), sposata a Tom Buchanan (Joel Edgerton), ex campione di polo razzista e donnaiolo. L’enorme villa di fianco a quella di Nick ha invece un proprietario molto misterioso, un certo signor Gatsby (Leonardo Di Caprio), milionario venuto da non si sa dove e che ha raccolto la sua fortuna in non si sa quale modo. Tutta la città affolla le sue grandiose e memorabili feste senza che nessuno possa dire di conoscerlo veramente; è Gatsby il primo ad avvicinare Nick, invitandolo a frequentarlo. L’apparentemente disinteressata proposta di Gatsby in realtà cela una inspiegabile richiesta, cioè partecipare a un tè a casa di Nick insieme a Daisy. Tutto acquista un senso quando si scopre che Gatsby e Daisy si erano innamorati e frequentati cinque anni prima; se lei, dopo il ritorno dell’amato dalla guerra, aveva scelto (o dovuto scegliere?) di non attenderlo e di sposare Tom, lui non ha mai rinunciato al loro sogno, creando quel mondo e quel personaggio solo per poterla ritrovare, e riprenderla con sé. Senza rendersi conto che per afferrare la mano di Daisy, lei da parte sua la dovrà tendere.

Se il romanzo di Fitzgerald già da solo offre un’infinità di impressioni e riflessioni, l’incontro dell’autore americano con il visionario cineasta australiano Baz Luhrmann (Romeo + Giulietta, Moulin Rouge, Australia) è un evento di rara importanza. Cosa, o meglio chi emerge nettamente da tutto il film è il suo protagonista, Jay Gatsby. Anzitutto merito dell’eccezionale interpretazione data da Leonardo Di Caprio: esattamente il Gatsby che emerge dalle pagine dell’autore, una sorte di Giano bifronte. Da una parte il Gatsby gioviale, affabile, cordiale, apparentemente amante del lusso e del bello, dedito agli affari, dal passato tanto misterioso quanto da lui tratteggiato in maniera grandiosa: famiglia milionaria, studi a Oxford, eroe di guerra, pittore e collezionista per diletto; insomma, il ritratto della opulenta America dell’epoca del jazz e del proibizionismo. Questa immagine dei magnifici anni ’20 in Gatsby prelude però alla prossima crisi che seppellirà l’America dopo il crollo della Borsa del ’29 – d’altra parte il lavoro di Gatsby consiste sostanzialmente in un giro di loschi affari e truffe legati al mercato e all’usura -; Gatsby non è che di facciata un esemplare del mito americano: parvenu di misere origini costruitosi da sé, è soprattutto un uomo immensamente solo nel suo grande palazzo e in mezzo ai suoi soldi, solo con l’ossessione di Daisy.

Le due facce di Gatsby infatti sono parte della stessa medaglia, perché la linearità delle sue azioni si riconduce tutta all’enorme sentimento nei confronti di Daisy. Daisy è stata l’immagine concreta del riscatto sociale per Gatsby che per cinque anni coltiva ossessivamente un amore sincero e assoluto per la ragazza, raccogliendo ogni notizia su di lei, costruendo la propria abitazione di fronte a quella di lei, cercando di scorgerla ogni sera dal pontile di casa propria, edificando la propria ricchezza e la propria fama con il solo scopo di raggiungerla, di riaverla con sé, di poter riprendere il corso degli eventi interrotti cinque anni prima. La realtà per cui Daisy ha scelto Tom, si è sposata, vive con leggerezza la sua vita mondana, non corrisponde alla realtà di Gatsby, immerso nella sua ossessione, nel suo sogno, nella sua speranza inesausta. Se Gatsby ha custodito gelosamente il suo amore per cinque anni, quello di Daisy è invece l’amore che, come un fiore che manca di cure, arriva a ripiegarsi su sé stesso fino a lasciare solo petali secchi. La speranza, parola chiave del film, è quella che ha consentito a Gatsby non solo di dare vita ad una realtà immensa, ma anche di trovare un senso ad ogni giorno della sua vita e alla vita stessa.

Le scene che sono incentrate sul rapporto tra Daisy (comunque interpretata da una Mulligan talmente anonima da far sembrare impossibile questa folle attrazione) e Gatsby sono infatti le più riuscite del film, rasentando la perfezione: il tè insieme, l’incontro alla festa, la lite all’hotel, l’attesa della telefonata. Il resto della pellicola è una discreta cornice piena di immagini, di colori, di inquadrature, di musica, di rumore, di discorsi, di movimento, che contrasta funzionalmente con l’intimità e il forte sentimento delle scene di coppia. Il film è comunque più imbrigliato rispetto a precedenti lavori di Luhrmann: visionario ed esagerato sì, ma non rutilante né kitsch. Bellissime le ambientazioni, meravigliosi costumi, discreta colonna sonora (dove spicca Lana del Rey), particolarmente appropriata la sgargiante fotografia. Alcune scelte sono completamente fuori luogo: il cast, che a eccezione del protagonista dà una prova mediocre (in particolare il monoespressivo Maguire); la scelta della voce off del narratore che risulta invadente e inappropriata; l’ossessione di dover sottolineare determinati passaggi o battute, quando in certe scene l’orecchio dello spettatore avrebbe meglio accolto i silenzi.

Un’ultima osservazione. Luhrmann decide di tratteggiare una figura di Gatsby come eroe romantico con le sue nobilissime intenzioni, ma allo stesso tempo compie una scelta ambigua e intelligente: conoscere le attività di Gatsby alla luce della odierna situazione di crisi non può non farci pensare che il nostro protagonista non ha fatto altro che arricchirsi truffando e stravolgendo il mercato, esattamente come un Bernie Madoff di altri tempi.

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