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L’ora di Barga – Giovanni Pascoli – the clock

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The bell ringers of Barga were out in force this weekend inspecting an extremely interesting relic from the past hidden from sight down in the cellars of the Barga Civic Museum.

What they were actually inspecting was none other than the original clock mechanism from the Duomo built in the 1800’s and which was in use up until the more “modern” clock mechanism was installed in the 1930’s.

Since then it has been left to its own devices and gradually rusting away hidden from view and practically forgotten about.

Not any longer – the campanari are now seriously thinking about renovating and restoring the clock and setting it back up in front of the public.

 

 

As you can hear in the interview above (in Italiano) recorded in the cellars of the museum, it would be a very difficult task as many of the pieces of the mechanism as now long gone and would have to be fashioned from scratch … no plans would be available either as the clock itself was a one off work of precise engineering.

But what could drive the campanari to succeed would be the thought that if they did manage against all the odds to reconstruct the mechanism and attach it to the bells in the Duomo, the sound of the clock ringing out the bells would be exactly the same sound that Giovanni Pascoli when he then wrote his famous poem, L’ora di Barga – which included the lines “E` l’ora; tu dici, E` tardi, voce che cadi blanda dal cielo.”

 

 

Al mio cantuccio, donde non sento
se non le reste brusir del grano,
il suon dell’ore viene col vento
dal non veduto borgo montano:
suono che uguale, che blando cade,
come una voce che persuade.
Tu dici, E` l’ora; tu dici, E` tardi,
voce che cadi blanda dal cielo.
Ma un poco ancora lascia che guardi
l’albero, il ragno, l’ape, lo stelo,
cose ch’han molti secoli o un anno
o un’ora, e quelle nubi che vanno.
Lasciami immoto qui rimanere
fra tanto moto d’ale e di fronde;
e udire il gallo che da un podere
chiama, e da un altro l’altro risponde,
e, quando altrove l’anima è fissa,
gli strilli d’una cincia che rissa.
E suona ancora l’ora, e mi manda
prima un suo grido di meraviglia
tinnulo, e quindi con la sua blanda
voce di prima parla e consiglia,
e grave grave grave m’incuora:
mi dice, E` tardi; mi dice, E` l’ora.
Tu vuoi che pensi dunque al ritorno,
voce che cadi blanda dal cielo!
Ma bello è questo poco di giorno
che mi traluce come da un velo!
Lo so ch’è l’ora, lo so ch’è tardi;
ma un poco ancora lascia che guardi.
Lascia che guardi dentro il mio cuore,
lascia ch’io viva del mio passato;
se c’è sul bronco sempre quel fiore,
s’io trovi un bacio che non ho dato!
Nel mio cantuccio d’ombra romita
lascia ch’io pianga su la mia vita!
E suona ancora l’ora, e mi squilla
due volte un grido quasi di cruccio,
e poi, tornata blanda e tranquilla,
mi persuade nel mio cantuccio:
è tardi! è l’ora! Sì, ritorniamo
dove son quelli ch’amano ed amo.

    

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