Su uno scaffale, quasi dimenticato, si trova un gruppo di pesanti bottiglie di vetro. Le etichette sono consumate, i colori smorzati dal tempo, i contenuti rimasti a lungo indisturbati. Considerate nel loro insieme, però, raccontano una storia precisa e sorprendentemente completa: quella di una piccola distilleria lucchese che, nei decenni precedenti e successivi alla Seconda guerra mondiale, riforniva bar, negozi e famiglie dell’area di Lucca.
Il nome sulle etichette è A. Nannini.
Il luogo è Sant’Anna, ai margini di Lucca.
Sant’Anna, oggi assorbita nel tessuto urbano della città, era storicamente una sede pratica per piccoli laboratori, magazzini e attività leggere: vicina al centro, ben collegata e libera dai vincoli del nucleo storico. È esattamente il luogo in cui ci si aspetterebbe di trovare un modesto produttore di liquori operante su scala regionale.
Stampata sulle etichette compare una sola riga che ci dice quasi tutto ciò che serve sapere:
“Prodotto e imbottigliato dalla Fabbrica di Liquori Nannini di M. Del Buono – Lucca – S. Anna.”
A. Nannini era il marchio commerciale; Del Buono la famiglia che stava dietro l’attività. Come molte aziende liquoristiche italiane dell’epoca, l’impresa operava sotto un’identità commerciale pur rimanendo una realtà a conduzione familiare, legalmente e di fatto centrata su un unico nucleo domestico.
Una vera distilleria, non un semplice rivenditore
Non si trattava di prodotti anonimi o semplicemente re-imbottigliati. Le bottiglie riportano chiaramente la dicitura prodotto e imbottigliato e le prove materiali confermano l’affermazione.
Gli esemplari più antichi sono sigillati con capsule in tela cerata impresse con un timbro privato, un tipo di chiusura tipico dei piccoli produttori prima della piena standardizzazione industriale. Le bottiglie successive recano invece le fascette fiscali di Stato, contrassegnate Imposta di Fabbricazione – Contrassegno di Stato, complete di numeri di serie. In tutta la produzione compare lo stesso riferimento di accisa: Licenza n. 20 – U.T.I.F. Livorno.
Questa coerenza indica un’unica attività autorizzata, controllata dalle autorità fiscali e capace di una produzione sufficiente a giustificare sigilli numerati e ispezioni regolari.
Non si trattava di un’attività marginale legata a un solo prodotto. Era una distilleria operativa, con ricette, attrezzature e competenze tecniche, in grado di produrre liquori di consumo quotidiano accanto a bevande più forti e caratterizzate, in sintonia con le mode internazionali dell’epoca. Il linguaggio grafico delle etichette — caratteri Art Déco, inchiostri metallici, immagini stilizzate — colloca il cuore della produzione negli anni Trenta e nel primo dopoguerra.
Un’attività plasmata dalla regolamentazione
Il passaggio dai sigilli privati in ceralacca alle fascette fiscali ufficiali riflette una storia nazionale più ampia. Tra il periodo tra le due guerre e gli anni Cinquanta, la produzione di alcol in Italia divenne sempre più regolamentata, tassata e concentrata. Per piccoli produttori come la famiglia Del Buono, l’adeguamento significava investimenti, burocrazia e margini in progressiva riduzione.
Le bottiglie suggeriscono adattamento più che espansione: continuità del marchio, nessuna modernizzazione evidente oltre a quanto imposto dalla legge e assenza del linguaggio grafico tipico degli anni Sessanta e successivi.
Una scomparsa senza rumore
Non c’è un finale drammatico registrato sulle bottiglie — nessuna “ultima produzione”, nessuna etichetta commemorativa. C’è piuttosto il silenzio. Nessun sigillo successivo, nessun aggiornamento metrico, nessun codice a barre, nessuna tipografia moderna.
Questa scomparsa silenziosa rientra in un modello ben noto. In tutta la Toscana, decine di piccole distillerie scomparvero nei decenni successivi alla guerra, incapaci o non disposte a competere con i grandi produttori industriali o ad assorbire i costi di una regolamentazione sempre più stringente. La A. Nannini di Sant’Anna sembra essere stata una di queste.
Ciò che resta
Quello che sopravvive è raro: non un singolo oggetto, ma un gruppo coerente di bottiglie che, nel loro insieme, documentano un’intera vita lavorativa. Marchio, famiglia, indirizzo, prodotti, licenze e cronologia sono tutti conservati in carta, vetro e ceralacca.
Da questi oggetti, e solo da questi, riaffiora un angolo perduto della storia economica e sociale lucchese — una piccola distilleria, gestita dalla famiglia Del Buono, che per almeno due decenni cruciali del Novecento rifornì il proprio mondo locale da Sant’Anna, Lucca.