Pier Giuliano Cecchi

Storia del culto di San Rocco a Barga – Anno 1479 – Sancti Rochi Festivitatis Veneratio

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Dedico questo modesto lavoro di ricostruzione storica, condotto con quella grande passione che nutro per la storia del mio Paese, alla memoria dell’ avo Pietro Lunardo Cecchi di Castiglione (1712-1799), nell’ arte delle “carte” degno figlio di Domenico (1678-1745), che nel lontano 1749, il 10 ottobre, nella chiesa di S. Rocco al Giardino di Barga celebrò le sue nozze con Maria Lucia del maestro Giovanni Lorenzetti di Castelnuovo, testimoni il Sig. Francesco del q. Giulio Tallinucci e il Sig. Pietro q. Baldassarri Vannucci, entrambi di Barga. A lui unisco la memoria di mio padre Elfo, che nel dopoguerra 1940-45, lavorò alla ricostruzione della chiesa danneggiata durante il periodo della “Linea Gotica”.
Era il 13 agosto 1479 e i Consoli della Terra e Podesteria fiorentina di Barga, assieme al magnifico Podestà che Firenze inviava ad esercitarne il governo, si ritrovarono al palazzo Pretorio sull’ Aringo per convocare e coadunare nel successivo dì, vigilia di Santa Maria, il Consiglio Generale e decidere quali sarebbero stati gli argomenti da trattare.
Tra tutti spiccava, nell’ imminenza della festa di S. Rocco che sarebbe caduta, ieri come oggi, il 16 di quel mese, la volontà di prendere in piena devozione il Santo ricordato, esaltandone le sue virtù taumaturgiche e rendergli quel riverente e perenne omaggio affinché continuasse ad intercedere presso l’ “Iddio la grazia di liberare e preservare Barga dalla peste”.
Per capire meglio quale fosse stato il momento vissuto da quei nostri antenati e quanto fossero temute le epidemie, generalmente chiamate “peste”, pensiamo interessante riferire che nello stesso anno, qualche mese prima, precisamente il 5 maggio, in Consiglio si era alzato il Capitano di Parte Guelfa Pierocto del Testa e raggiungendo la “aringhiera”, il luogo da dove avrebbe esposto la sua idea, disse che vista la “moria” che la peste stava facendo nelle terre circonvicine era bene non far entrare nella Terra di Barga nessun forestiero senza la licenza del Comune o del Podestà.
In quei tempi, anche perché la scienza medica non era in grado di soccorrere l’ umanità colpita da tale flagello, si usava adottare simili misure e tra le precauzioni e prudenze era bene tenersi vicino e favorevole anche Dio con tutta la sua corte celeste e nel caso quei santi che per chiara virtù e fama potevano intercedere grazie divine di sanità del popolo.
In quel periodo a Barga i santi protettori contro la peste erano S. Sebastiano, S. Cristofano e forse altri, ma da tempo nel popolo si era insinuato con forza anche un nuovo culto, quello di S. Rocco, e straordinariamente cresceva in lui la devozione. Periodicamente la peste attraversava ogni popolo e quando se ne udiva parlare, sia che fosse lontana, peggio se vicina, lo sgomento si faceva palese per la ricordata impotenza a farvi fronte. In quel 1479, il 30 aprile, era morto in odore di santità Fra Michele da Barga, che tanto si era adoperato nei tempi passati per l’assistenza spirituale e materiale anche dei suoi conterranei colpiti dal terribile morbo, tra l’altro facendosi promotore del trasferimento dei suoi confratelli dal convento di S. Bernardino al S.S. Crocifisso di Barga, affinché potessero fare al meglio quel servizio di misericordia assieme a chi di buona volontà della Compagnia della Croce ivi stanziata. Assistere i colpiti da peste e portarli al sotterramento era veramente un’opera di grandissima misericordia per l’ evidente pericolo di contagio.
Il ricordo del Santo Frate era vivissimo e presente e la sua carità, vissuta di persona, un insegnamento per tutti. Ma nonostante ciò il Consiglio di Barga sanciva che il tale fosse allontanato dalla terra perché o “lebbroso” o colpito da peste e veniva isolato in luoghi sperduti come il Lago Santo. Chi era stato colpito dalla varie epidemie, per quanto detto, non gli restava che pregare Dio, il suo santo e invocare che almeno il cane gli portasse un tozzo di pane e che la grazia divina gli facesse sgorgare una polla d’ acqua lì vicina e magari guarire, così come gli ricordava, nella disperazione del momento, quella suggestiva e confortante storia di S. Rocco, udita narrare e tanto affascinante.
La storia del Santo, nonostante sia abbastanza vicino a noi, è avvolta quasi nel mistero e contornata da un alone di leggenda e di incertezza cronologica. Alcuni dicono che nacque nel 1295, altri riferiscono nel 1328, a Montepellier dalla facoltosa famiglia francese dei Rog, dal cui cognome il nome italianizzato di Rocco. Questi, rimasto orfano, dopo aver donato tutti i suoi beni ai poveri, nel 1315 (altri nel 1348, al tempo della famosa peste) decise di intraprendere un pellegrinaggio verso Roma alla scoperta del luogo della santità. In Italia si distinse per il suo indomito desiderio di carità nel soccorrere gli appestati di varie città: Acquapendente, Cesena, Roma, Rimini, Novara e specialmente Piacenza, dove anch’ egli rimase vittima del contagio e nessuno volle aiutarlo. Ritiratosi in un bosco qui si ebbero i fatti poc’anzi ricordati, ma riuscendo a guarire poté riprendere il suo cammino sino a quando, perché ritenuto una spia, non finì i suoi giorni in un carcere, si pensa ad Acerra in provincia di Varese nel 1327 (altri dopo il 1360 nella sua Montepellier).
Tra i popoli delle terre italiane e francesi il nome di quel religioso di grande carità corse rapidamente e si diffuse in maniera sorprendente il suo culto, tantoché nel 1485 le sue ossa furono traslate nella basilica di S. Marco a Venezia, c’è chi dice che furono rubate, e di quella città eletto comprarono col santo evangelista.
Quand’è che tra il popolo di Barga inizia il culto di S. Rocco non ci è dato saperlo ma, per quanto si è detto sopra, resta pensabile che si generò spontaneo con l’ appoggio della Chiesa, poi col tempo divenuto così presente, tanto da far decidere nel 1479 il Consiglio della Terra di Barga ad interessarsene e quindi a prenderlo in seria considerazione, anche perché il popolo credeva nella sua intercessione. In altre parole l’interessamento del Comune verso il Santo non poteva nascere dal nulla, ma come sempre accade, suggerito dal constatazione che il popolo vi si era raccomandato nella recente peste e questa si era mantenuta lontana da Barga, quindi quella devozione era bene divenisse un patrimonio spirituale della comunità e senza alcuna eccezione.
Per quanto riguarda la vita religiosa di Barga, secondo lo storico Pietro Magri nel suo “Castello di Barga” edito agli inizi del 1900 sino a pag.64, nella pieve di Barga esisteva prima del 1479 un altare dedicato a San Rocco. Ma la cosa non è chiaramente documentata, così come avremo occasione di vedere nella lettura di tutte quelle deliberazioni che negli anni di poco successivi al 1479 trattano di S. Rocco e di ciò che si fece in suo onore.
Così come si accennava nell’ introduzione di questo scritto, ecco che il 14 agosto 1479, dopo il consueto suono della campana, si riunisce il Consiglio Generale della Terra di Barga e qui viene trattato l’argomento: “Sancti Rochi Festivitatis Veneratio”. Infatti si alza in piedi Antonio Giuliani Spezziale (farmacista o simile) uno del numero del Consiglio (forse un Console) e con animo di consigliare “per utilitate et bono in terre di Bargha” dice che era conveniente onorare e festare nel prossimo “die 16 mensis Augusti Festam Sancti Rochi” e che per conservarla nel tempo in quel giorno nessuno lavori sotto pena di soldi cinque. I consiglieri sono tutti d’accordo per il sì.
Da questa prima deliberazione inizia ufficialmente la lunga storia delle fortune locali del Santo, che tutt’ oggi continuano nelle forme che conosciamo, anche se, grazie alla scienza medica, la sua invocazione è molto più generica.
Una lunga e solida storia nei confronti del Santo tanto da far pensare ad alcune persone, per il vero non molto addentro alle nostre cose, che a Barga il 16 agosto si festeggi il patrono per la straordinaria fiera che viene fatta in quel giorno e che richiama tantissime persone da ogni parte della Valle. Di quanto asserito ce ne sono delle testimonianze scritte. Tornando al nostro discorso, dopo quella prima deliberazione se ne ritrovano altre nove nel periodo dei successivi sei anni.
La seconda è dopo tre anni. La peste del 1479 per ora è un ricordo, ma essendo recente la momentanea sconfitta, era bene non dimenticarsi di S. Rocco, anche perché; nei suoi confronti si era fatto un voto e allora i Consoli l’ 11 agosto (il mese, come parte della delibera non si legge ma, verificando le altre date prima e dopo, vediamo che siamo in agosto) al punto cinque dell’ ordine del giorno del Consiglio, come sempre da tenersi il dì seguente, misero “Item – che si possa ragionare di San Rocho e provedere modo migliore”. Così in Consiglio il 12 agosto 1482: Item simili modo et forma…sevatis servandis et Caractino aringante, atteso la bella grazia el Comune di Barga ha ricevuto dallo omnipotente iddio et di San Bastiano e Roccho che la peste et si vantava essere cessata che a lui parebbe acciò che habia haver qualche buono effecto el voto facto che si desse la balia quanto ha tutto el Comune a Toto di Pieruccio, Tognone Spetiale, Martino di Giuliano, tutti di Barga, di fare venir facto di Sancto Roccho quanto a loro parrà e piaccia e esser col Mencho e con lui el meglio si può essere d’ accordo o di farlo in chiesa, come più e meglio parrà loro pure si metta a qualche exequtione et messo fra loro a partito si vinse per fave 25 per lo si, una bianca in contrario per lo no segretamente rese”.
Cercando di capire la precedente delibera intanto vediamo che il culto di San Sebastiano quale protettore contro la peste era sempre vivo e durerà nel tempo, tanto da vederlo raffigurato in diverse opere d’arte barghigiane successive a quegli anni, ma unito a lui ora c’è anche San Rocco. Di seguito vediamo che si parla di un voto fatto e perciò che si desse la balia – l’ autorità indiscutibile – ai tre uomini di Barga nominati nella delibera, affinché sia fatto quanto promesso, i quali devono essere d’accordo col Mencho. Non si dice cosa dovrebbe essere fatto come voto, ma senz’altro era la festa stessa del Santo e si aggiunge “di farlo in chiesa” e come vorranno, ma che comunque ci sia l’esecuzione.
Il “Mencho” è un Nuti che ritroveremo più avanti in altre delibere, il quale verrà pagato con sette ducati d’oro larghi, una cifra consistente, che ci fa capire che aveva fatto qualcosa d’importante, ben al di là delle spese per le festa: cosa? Lo capiremo in seguito: secondo noi aveva fatto l’ oratorio, chiamato Cappella di S. Rocco in capo al ponte di Porta di Borgo.
(E’ questo l’inizio dell’attuale chiesa di S. Rocco. Ovviamente pensando al luogo e all’idea, se non fosse esistito quell’Oratorio, forse nei suoi paraggi non si sarebbe mai costruita la chiesa).
Nella delibera quel metter in evidenza “di farlo in chiesa”, che allude alla festa, cioè il voto fatto per il Santo, ci porta a credere che ci fossero dei sostenitori dietro a Mencho Nuti, i quali forse volevano la festa all’ aperto. Quindi una volontà popolare, forse una Compagnia, col Comune che nominando dei suoi rappresentanti, decide nel momento l’ esecuzione lasciando la facoltà di farlo in chiesa o, appunto, all’aperto. Quindi parrebbe che in quel 1482 fosse esistente nella Pieve di Barga un altare dedicato al suo nome, anche se il tono della prima delibera, con la quale si sancisce ufficialmente l’inizio del culto di San Rocco, sembra escluderlo e che in quel 1479 la sua festa si sia tenuta all’altare maggiore della Pieve. In seguito vedremo che alla metà del ‘500 nella Pieve è presente un altare dedicato a S. Rocco e niente vieta, nell’incertezza, che potesse essere esistito anche prima del 1479, in quest’ultimo caso, per quanto detto, pensando che avesse una pura rappresentanza religiosa sempre riconducibile a qualche evento epidemico. In buona sostanza pensiamo che nel 1482 si desse esecuzione al voto fatto nel 1479, cioè la festa, e di seguito si fosse pensato ad una duplice opera, ossia due altari, uno nella Pieve e l’altro fuori di Porta di Borgo in capo al ponte, se quest’ultimo non fosse stato già in essere e costruito, o durante la peste del 1479 o poco dopo, perché non vedremmo altro luogo per fare qualcosa all’aperto, così come recita la delibera.
Il voto da esaudire da parte di Mencho Nuti e dai rappresentanti del Comune il 19 luglio 1483 sembra avere avuto il suo corso e questo si evince da una delibera stilata in quella data in cui si parla della “provisione per prete Giovanni da Culangnia (?), cappellano del Crocifisso che è nella pieve di Barga”, il quale sarà obbligato a ufficiare per conto dell’Opera di S. Cristofano anche la cappella di S. Rocco su ordine del Comune “nella Pieve (o) altrove”. Nella Pieve è senz’altro l’altare, altrove è la cappella di S. Rocco fuori di Porta di Borgo.
19 luglio 1483: “Antonio di Pellegrino di Nichola uno del numero di dicto Consiglio… per virtù della presente provisione che il presente Hoperaio dell’Opera di Sancto Cristofano sia tenuto e debbi dare et paghare per prete Giovanni da Culangnia (?) cappellano del Crocifisso sito in dicta Pieve staia sesanta grano, uno porco di sei pesi, el vino e l’olio usitato e questo debbia paghare decto operaio ogni anno de beni di decta Opera con quello che dicto prete Giovanni sia tenuto et obrigato ufficiare la cappella di S. Rocho a stantia del Comune inella Pieve (o) altrove”.
Oltre a quanto detto, si nota ancora nella delibera che l’ ufficiatura del S.S. Crocifisso e poi anche di S. Rocco, deve essere a carico dell’Opera di S. Cristofano e qui si delinea chiaramente che il Comune appoggia tutto quanto all’Ente di sua diretta competenza. Nell’imminenza della festa di S. Rocco il Consiglio torna a parlare del Santo decidendo a sue spese una processione, poi per i preti, per la cera e che tutto il contado “guardi” di festeggiarlo.
14 agosto 1483: “Che si onori la festa di S. Rocho. Provisione. “Pellegrino di Turignuolo… considerato alla pestilenza hauta inella Terra di Barga e mediante el Sommo Dio e Beato Santo Rocho mediante e quali la Terra di Bargha da quella fullibera consigliò…che in laudi et reverentia del Beato Santo Rocho per lo Comune si faccia festa e pertanto li habitanti in Bargha (o) suo Contado si guardi e che il camerlingo d’esso Comune dia e paghi senza suo preiudicio e danno a ogni e qualunque sacerdote dica messa inella Pieve di Santo Cristofano in honore et laude del Beato Santo Rocho, abbi soldi sei e che esso camerlingo dia e paghi al presente operaio libre due di cera, le quali si accendino a decto Messer e che si facci una processione per quelle parti e luoghi si usa per la festa del Beato Messer Santo Cristofano.”
Come visto nella delibera non si è parlato espressamente di un altare nella Pieve in onore di S. Rocco, un particolare che non sarebbe dovuto sfuggire al cancelliere che stilò lo scritto, lasciando a noi moderni il dubbio se vi fosse stato. Quando la festa da poco è passata, il 27 agosto, i Consoli del Comune tornano di nuovo a porre all’ordine del giorno del Consiglio l’argomento S. Rocco: “Consilio sopra la capella di S. Rochi”. Il giorno seguente così viene trattato in Consiglio.
28 agosto 1483: “Ser Piero Boldrino…dixe e consigliò…decta capella s’intenda essere e sia d’esso Comune e per il Comune si tengha con questo modo – che per le fatiche fatte in detta capella si dia et paghi a Menco di Luca Nuti ducati septe doro larghi a esso Menco e che Balduglino al presente camerlingo li paghi dello onere e pecunia desso Comune per tucto el mese di septembre 1483 con questo, che esso Menco dia e consegni a Giuliano Filippi operaio tucti i beni dessa capella”.
Il 28 settembre, presumibilmente quando Menco Nuti ebbe i soldi promessi, il Consiglio tornò a parlare dell’argomento: “Che la capella di Sancto Rocho sia unita coll’Opera di S. Cristofano”. Questo fatto ci fa pensare, così come già detto, che dietro a Menco Nuti c’era qualcosa d’importante e che noi ravvisiamo in una specie di Compagnia popolare per l’edificazione della cappella di S. Rocco, la quale, raggiunto il risultato, veniva sgravata dall’Opera dall’onere del suo mantenimento.
28 settembre 1483: “Ser Pierus Jacobi…che per virtù della presente provisione s’intenda essere e sia unita la capella di Sancto Rocho con l’Opera di Sancto Cristofano di Bargha e coll’operaio di dicta Opera sia tenuta quella fare officiare a petitione d’esso Comune”. L’ unione così espressa nella delibera trovò sicuramente qualche intoppo col vescovo di Lucca, o quantomeno doveva essere informato della decisione. Qualcuno l’aveva fatto notare al Comune, forse il pievano di Barga, infatti dopo qualche mese, il 28 gennaio 1483 (stile fiorentino, con il 1484 che iniziava il giorno successivo al 25 marzo) i Consoli si riunirono per decidere:
28 gennaio 1483: “…ateso che per il Consiglio Generale fu vinto che la capella di Sancto Rocho si unisse con l opera di Sancto Cristofano et per exequire quanto per esso Consiglio fu ordinato ordinarono providero et ordinarono che si faccia una lectera a Monsignore di Lucca et che l’operaio…vada a fare con Monsignore tale unione”. Tale passaggio era fondamentale perché solo il vescovo poteva sancire che nella cappella si dicesse messa. La cappella la troviamo pronta per l’arredo nel 1485.
Intanto il 13 agosto 1484 in Consiglio si torna a ripetere: “Che si faccia la festa di S. Rocho”, per mantenere fede al voto fatto cinque anni prima e dare le direttive per il buon esito della festa.
13 agosto 1484: ” Peregrino di Turignolo uno del numero de’ Capitani… si dia altorità al presente operaio che faccia la festa di Santo Rocho e a qualunque prete dia di salario soldi octo di quelli del Comune e che l’ operaio faccia loro le spese di quello dell’ opera e mecta la cera di suo e in tal dì gli faccia una magnia processione che tanti gli abitanti ha Barga e fuori di Barga vi sieno sopto pena di soldi cinque per uno e simile nessuno lavori sopto pena di lire cinque a chi non lo farà”.
L’ anno successivo, nel giugno 1485, il Comune nominò tre uomini di Barga affinché si dotasse la cappella di San Rocco fuori di Porta di Borgo. Noi pensiamo di suppellettili.
5 giugno 1485: Domenico Barzi “veduto el principio fatto già più tempo della cappella o avero oratorio di Santo Rocho fuori della Porta di Borgo et veduto quella essere stata conceduta e data allo operaio di Santo Cristofano et che lui la debba fare fornire come si richiede et farla uffitiare volendo tale opera mettere a executione per consiglio di Domenicho Barzi legiptimamente vinto e obtenuto fu proveduto et ordinato che
Ser Piero di Jacopo, Pellegrino di Turignolo et Giovanni di Antonio tucti insieme collo operaio di Santo Cristofano habbino tanta autorità quanto ha tutto el presente Comune di potere mandare a effetto dicta opera per fare fornire dicta cappella di Santo Rocho in quello modo e forma che alloro parrà sia utile e honore di dicto Comune…”.
Queste pagine, diremo fondamentali per conoscere come nacque il culto di S. Rocco a Barga e su quali basi si fondò la futura e odierna chiesa, pensiamo di chiuderle con la nota di un pagamento che il Comune fece l’8 settembre 1485 nelle mani di “Jacopo Pierone per danari paghò per fare una pricissione in Comune in riverentia di Sancto Rocho per dare a preti e frati – Lire 1 – soldi 4″.  Se nel 1484 i preti venivano pagati con otto soldi, calcolando che quanto si dette a Jacopo Pierone ascendeva a un totale di soldi 24, possiamo affermare che alla processione presero parte otto religiosi. Pietro Magri per quanto riguarda il futuro della Cappella di S. Rocco fuori di Porta di Borgo ci dice, nell’opera precedentemente citata, che nel 1518 fu affidata alle cure di un frate di Sommocolonia (forse un agostiniano?) tal Giuseppe di Antonio di Menco Marchi che abitava in Barga. L’incarico gli venne per meriti acquisiti col Comune nella secolare lotta per il possesso del Monte di Gragno. Non si specifica altro, sennonché, riuscì ad avere il canone che Lucca, con grandissimo dispiacere e di malavoglia, doveva a Barga. Giuseppe Marchi venne nominato cappellano dell’Opera di S. Cristofano e come tale ebbe la cappellina, ma dovette dichiarare di dipendere solo dall’Opera ed ogni bene che gli venisse fosse dell’Opera stessa. Questo modo di ragionare ci porta a credere che il frate fosse di un ordine presente a Barga, o agostiniano, o francescano, e che il Comune stesse tutelando le entrate dell’Opera da presunte ingerenze degli Ordini menzionati.
Andando avanti con la nostra storia vediamo che nel 1527-28 in Barga tornò con violenza la peste e a San Rocco si dette in protezione tutto il popolo, tanto da veder fiorire diversi altari al suo nome. Uno fuori Porta Reale, altro si pensa sull’aringo tra la Pieve e il Palazzo Pretorio, infine di fronte alla chiesa del convento di S. Francesco. Ma di questi ne faremo capitoli a parte.
Durante la peste testè ricordata la Cappella o Oratorio di S. Rocco in capo al Ponte di Borgo continuò ad essere ufficiato a cura dell’Opera di S. Cristofano tramite un loro cappellano, accettando anche le offerte di quei preti che si fossero dimostrati interessati. Difatti il sacerdote Domenico del Francia di Barga chiese l’Oratorio nel momento cruciale della peste, dichiarando di attenersi alle direttive comunali e dell’Opera, unendo a ciò la buona volontà di assistere gli appestati. Nel Giugno di quel 1528 il Comune approvò la sua elezione per un anno:24 giugno 1528: Electio Presbiterj Dominicj del Francia in cappellanus Sancti Rochj Piero Dagostino Vannini uno del numero di dicto Consilio…che ateso alla petitione di prete Domenico del Francia da Barga facta in decto Consilio et le sue offerte et considerato che glé bene ajutar et augumentare li huomini della patria sua virtuosi per dare animo alli altri darsi alle virtù dixe et consiglia che allui pare et piace che per vigore della presente provisione decto prete Domenico s’intenda essere et sia electo cappellano dell’ Opera di San Cristofano di Barga per uno anno proximo futuro da cominciare a dì 1° di luglio proximo futuro del presente anno 1528 et finire come seguita et sia decto prete Domenico obligato per vigore dicta sua electione ogni domenica et oltre alla domenica tre dì di (.?.) septimana durante il tempo della sua electione celebrare la sua messa alla capella di Santo Rocho esistente fuori della porta di Borgo – Item risarcire et rassettare tutti e paramenti di qualunque sorte si siano di dicta opera di San Cristofano senza spesa alcuna circa alle fatiche sue, metendo et provedendo dicta opera tucto quello fusse necessario per tale resarcimento – Item decto prete Domenico essendo peste nella Terra di Barga (o) suo Contado (o) sospecto di peste ne eserli infecti (o) in sospecto existenti, di tucto quello sapartiene allo exercitio suo et che sarà di bisogno ad ogni voluntà et requisitione di decto Comune et balia, et havere debba decto prete Domenico per suo salario et mercede per decto anno non havendo fatica per causa della peste dalli operai di decta opera staia sedici di grano et some quatro di vino et libra una dolio alla grossa da esserli date et pagate da decti operai senza altro stanziamento da farsi et senza loro preiudicio (o) danno alcuno, ma se fusse sospecto di peste et nè aciò havesse avere fatica et cura alcuna, habia di più della mercede decta, quello tanto li sarà dato (o) promissi dalli offitiali di sanità della Terra di Barga per el tempo existenti – el quale decto et messo partito fu obtenuto et vinto per fave 26 nere per lo si 4 bianche in contrario trovate non obstante”.
Nel 1530 la Cappella fu affidata a frate Nicola Cini di Barga con le solite clausole ricordate e la nomina avvenne a vita. A questi il Magri fa seguire frate Clemente, ma non ci dice né quando fu nominato, né il momento che dovette lasciare l’ incarico perché il Comune, ripensando l’affidamento, ritenne opportuno tornare all’iniziale coinvolgimento diretto dell Opera di S. Cristofano nell’ufficiatura della Cappella e così affidandola ad un cappellano.
Nel 1570 vediamo che la piccola campanella della Cappella di S. Rocco viene data in prestito al popolo di Castelvecchio, la cui chiesa dipendeva in quel tempo dalla pieve di Barga. Tale atto ci porta a credere che il culto verso il Santo fosse non decaduto, ma senz’ altro un poco in ribasso, così la custodia della Cappella. Ma quando nel 1579 ritornò a farsi viva la peste ben presto si ebbe un rialzo della devozione verso il Santo, tanto da veder rifiorire la smorta Compagnia, la quale dette impulso ad una nuova vita della Cappella. Si apprende infatti che questa era chiusa da una cancellata e per tanto, anche per creare un comodo riparo ai fedeli che accorrevano alle messe, nei tempi di epidemie pestilenziali radunati all’ aperto, si vendette quel ferro e col ricavato si innalzò un muro tutto all’intorno.
Durante le visite pastorali che i vescovi di Lucca compivano nel Barghgiano, nel 1581 si occuparono anche dell’Oratorio di S. Rocco, segno evidente della sua importanza nel tessuto religioso di Barga. In uno studio apparso sul libro “Barga Medicea” – “Vita civile e religiosa a Barga nel XVI e XVII secolo” – Martinelli-Conte – si apprende che lo stesso Oratorio di S. Rocco fu ancora oggetto di visita negli anni 1675-79-85-86-95. Se noi teniamo conto che nel 1630 si inizia a costruire la nuova chiesa di S. Rocco in un’area vicina al precedente Oratorio, e vista la sua continua crescita a sicuro discapito del precedente, è da ritenersi che negli anni dell’ultimo quarto del 1600 le visite fossero a quest’ultima chiesa, o quantomeno lo possiamo dubitare. Ma della chiesa di S. Rocco ne parleremo a parte. In una precedente visita pastorale del 1559 si trova invece una interessante osservazione sugli altari della pieve di Barga, il Duomo, i quali si dice che sono ben undici, di cui uno dedicato a S. Rocco. L’Oratorio di S. Rocco in capo al Ponte di Borgo, dopo la costruzione della nuova chiesa, è pensabile che trascinasse la sua vita per inerzia. C’era, ma l’attenzione al suo stato certamente risentì degli sforzi profusi per la nuova costruzione, tra l’altro concepita con un poco di ambizione. Comunque l’Oratorio fu tirato avanti sino al 1784, quando a seguito dei decreti leopoldini di soppressione delle congregazioni e confraternite di tutta la Toscana, non fu profanato. Divenuto un bene del Comune, questi il 20 aprile 1785 decise di venderlo all’incanto per scudi 32 – lire 2 e soldi 10. La vendita dovette risultare difficile per il suo stato di conservazione, si parla di crepe ai muri, infatti nel dicembre di quell’anno si ha un’offerta al ribasso di scudi 25 da parte di Nicolao Tallinucci e senz’altro, dopo trattativa, la prima cappellina a S. Rocco di tutta la Terra di Barga finì i suoi giorni quale bene privato ed oggi le sue vestigia incorporate in qualche abitazione, come detto, probabilmente nella casa a sinistra iniziando a salire il Ponte Vecchio di Barga.
Come si è già accennato, i Barghigiani durante la peste del 1527-28, sconvolti dal terribile morbo che mieteva le sue vittime, tornarono fidenti a pregare l’intercessione di S. Rocco, tanto da veder fiorire altari al suo nome. Di quella peste se ne trova cenno anche nel memoriale del pievano di Barga Jacopo Manni, che va dal 1487 al 1530, il cui manoscritto fu edito nel 1971 da Don Lorenzo Angelini. Infatti, a codice 253 e 253 verso, si narra di quando si scoprì la peste in Porta Reale e dell’ immediato ricorso di quei castellani a S. Rocco decidendo di edificare una Cappella al suo nome fuori della loro Porta. Così il Manni:”In calen di maggio questo anno 1527 si scoperse la peste qui in Bargha in casa di Bernadino Spetiale a Porta Reale che li morì du’ figlioli, una femina et un maschio, et poi si morì lui et la cugnata figliola di Bartolomeo Giuliani, unde per questo li homini di Mancianella per devotione di S. Rocho inel fosso di Porta Reale al rivellino di sopra in nome di San Rocho et San Sebastiano e di San Jacopo e S. Filippo che sono al 1° maggio perché li dì morendo decto Bernardino incominciò a chiarirsi la peste. Et dicta capella si fece con mia licentia riservando però ogni cosa alla auctorità et licentia del Vescovo overo Vicario di poterla sequitare et poterci celebrare poi. Et vogliono che dicta Cappella sia sottoposta alla pieve nostra di S. Cristofano come de Jure è che tutti li oratori et capelle che si fanno in una parochia siano sottoposti alla chiesa parochiale ut habetur in titulo de Parochiis et in (-) de ecclesiis edificandis. Et dicta Capella si è incominciata hoggi al nome di dio questo dì 6 maggio 1527 che Dio ci liberi et difenda da questo pericolo per li meriti et intercessione di San R. et di questi altri Sancti suoi compagni et che la devotione vadi inanti con buon fervore come si è incominciata che pure jheri si ricolse tra denari et tovaglie et filo da du’ a tre ducati”.
Continuando a leggere le memorie del pievano troviamo un’ altra nota senza data, ma dello stesso anno 1527, che dice: “La peste si è incominciata a divulgare molto a Roma et a Fiorenza et in molti altri luoghi. Qui la nostra Bargha credo haia terminato, perché; è parecchi giorni già che non vi è morto nimo, che a Dio piaccia…”  L’ augurio del Manni però non si avverò, perché; nel 1528 la peste ricomparve e con queste parole l’ annotò nel suo memoriale: “Et così fu moria” . Colpì anche la famiglia del Manni, infatti a Loppia morirà prete Paolo, suo fratello, una circostanza che consigliò al pievano Jacopo di lasciare temporaneamente Barga per trasferirsi a Ceserana, lasciando la pievania a prete Antonio da Gioviano, che dal morbo era guarito e quindi immune.La colpa della ricomparsa a Barga del morbo fu data al bandito da Barga Paulaccio Sermanni che, tornato in patria da Genova appestata, dove era al “soldo”, fu catturato dal Podestà Rondinelli e impiccato nel giugno di quell’ anno per le sue colpe, alle quali senz’ altro si unì per volere popolare quella dell’ untore.Intanto l’ intenzione del pievano Jacopo Manni di volere sotto la giurisdizione della Pieve la Cappella di S. Rocco fuori di Porta Reale si stava scontrando con un’ altra volontà, quella del Comune, che per voce del memorabile capitano Matteo di Pieruccio Bartoli, il celebre Galletto, allora uno dei Consoli, il 28 ottobre 1528 così tuonò:
28 ottobre 1528: El capitano Galletto…dixe et propose… che la Cappella del glorioso S. Rocho de  la porta Reale si unisca et per virtù dell presente partito et provisione sintenda essere et sia unito  et incorporatio o vero membro et cosa unita et incorporata a l’ opera del protettore di questa nostra Comunità S. Cristofano glorioso in perpetuo et che li operai dell’ opera predetta per ogni tempo in futuro debbino havere cura di detta Cappella et a quella provedere duno cappellano sufficiente che dica messa alla detta Cappella di continuo et quella servire et el dì della festa celebrare alchune volte una messa a la porta Reale et un altra al ponte di Borgo et che detto cappellano sia salariato da detti operai come è di costume: et che di detta e sua beni li prefati  operai habbino quella medesima cura et diligentia usino alla detta Cappella et sue pertinenze che hanno dell’ altre cose proprie dell’ opera predetta”. L’ intervento ebbe l’ effetto auspicato e la Cappella fu unita ai beni dell Opera.
La Cappella ebbe una sua Compagnia composta dagli uomini della Porta, che loro malgrado dovettero assistere alla sua distruzione quando il Comune ebbe bisogno dell’area su cui era stata edificata per fare spazio alla costruzione di un “Bastione” in difesa di Barga. Ci fu la promessa che il Comune stesso avrebbe reso l’area e riedificato la Cappella e nel 1573 deliberò di rifarla, ma perché l’ opera difensiva era sempre in essere, fu deciso un luogo un poco distante dall’ originale. Certamente fu pronta nel 1576, quando la peste tornò ad affliggere Barga, coi castellani di Porta Reale lì riuniti ad invocare l’ intercessione e l’ ausilio del Santo.
Giugno 1573: “Essendo fino l’ anno 15 stato gettato in terra una chiesetta (di Santo Rocco è cancellato n.d.r.) della compagnia di Santo Rocco, qual era fuori della porta reale a Barga: dove in quel tempo si fece un bastione aver forte fuor di detta porta, et la Comunità occupò il sito di detta chiesa senza averlo restituito o pagato a detta compagnia come fece degl’altri luoghi di particolari che s’occuporno per detto conto che li pagò: con animo di restituire un giorno detto sito a detta compagnia per rifar detta chiesetta et per tale effetto la detta compagnia et Comunità non volse vender il lavoro che si cavò di detta chiesetta rovinata ma il tutto o maggior parte si depositò appresso a particolari persone con patti di restituirla a detta compagnia a sua requisitione ogni volta che s’ havessi da rifar detta chiesetta: la onde essendosi hoggi li homini di detta compagnia risoluti di rifarla a spese di detta compagnia col bene placito di Monsignore Reverendissimo di lucca, et essendo ricorsi al Generale Consiglio che li restituisca detto sito oglene ridia et doni un altro per tale effetto, et hauto sopra di ciò nel detto Consiglio maturo colloquio et discorso, et parendo che sia cosa ragionevole et opera lodevole, et meritoria per mantenimento et augumento del culto divino – Srvatis Servandis – ottenuto tra di loro legiptimo partito per fave 29 nere per lo si et una absente non obstante – deliberarono: di retituire detto sito a detta compagnia et non li potendo restituire quello medesimo per essere occupato hoggi dal detto bastione in quel cambio le ne danno et consegniano nuovo sito fuor della porta reale a confine al detto bastione la via mediante luogo detto alla via da colle, a confine a beni di Cecco del Testa et via da dua lati nel sito che conprò già da detto Cecco del Testa perché si faccia detta chiesetta che non occupi la strada atorno al detto bastione et con licenza occorrendo di Monsignore Vescovo di Lucca et con bene placito dei Magnifici Signori Nove o dei Capitani di Parte a chi di loro s’ aspetta darni il consenso”.
Nel 1592 la chiesetta si registra ancora esistente ma bisognosa di restauri, tantoché il Comune e l’ Opera stanziarono scudi 10. Certamente quei lavori dovettero risultare poca cosa rispetto al bisogno perché verso il 1600 tutti i beni e la stessa Compagnia furono aggregati all’ Oratorio di S. Rocco al Giardino.
Siamo sempre al tempo della peste del 1527-28 e il 6 ottobre 1528 nel Consiglio del Comune si sta votando l’ edificazione di una nuova Cappella da farsi sull’ Aringo tra la Pieve e il palazzo del Podestà. In questo caso non è da dedicarsi unicamente a S. Rocco, ma bensì con lui, oltre alla Pietà, se ne elencano altri sei da inserire in una tavola invetriata, così come vedremo nella delibera. Tra l’ altro la citazione della commissione di una tavola invetriata per la Cappella attribuisce a quella delibera un fascino tutto particolare, tanto da aver suscitato in diversi studiosi, che lessero erroneamente quel testo, la possibilità, quando non la certezza, che in Barga avesse operato una fornace “robbiana”. Noi ci limitiamo ad osservare che i lavori “robbiani” di Barga e quelli sparsi per la Valle, ristretti in un circolo spaziale abbastanza definito, hanno da sempre incuriosito un po’ tutti e il voluto “mistero” della loro origine, che noi pensiamo legato alla presenza in zona dei francescani, seguendo gli sviluppi che ebbe nel Consiglio di Barga la delibera della tavola, vedremo che è destinato a chiarirsi.
6 ottobre 1528, così si espresse il Consiglio Generale di Barga: “Derno pienissima auctorità à Consoli che si faccia quanto più presto fare si potrà una cappella infra la chiesa della Pieve e il palazzo del Rettore, lungo il muro dell’ orto, dove sia una pietà in collo alla Gloriosa Vergine Maria con Sancto Francesco, Sancto Domenico, Sancta Maria Maddalena, Sancta Brigida, Sancto Cristofano protettore et advocato di Barga, Sancto Sebastiano, Sancto Rocho et sia invetriata in tavola et che si comincii infra otto dì et che il camarario della Comunittà paghi a stantiamento dé; Consoli soscripto dal Comissario et che vi sia l’ arme del popolo fiorentino et della Comunità di Barga o dé Zatti e tutto ad honore et laude di Dio et mantenimento di detto popolo fiorentino et pace della Terra di Barga et a onore et affctione del presente Comissario…”
Nel gennaio 1529 (si avverte che l’ anno non fu girato allo stile fiorentino “ab incarnazione”, il 25 marzo, ma all’ uso di Barga, cioè come oggi, quindi all’ ottobre 1528 seguì il gennaio 1529) si torna a parlare in Consiglio della tavola invetriata stabilendo che, dei 10 scudi d’ oro stanziati per la Cappella, 4 si mandino agli ambasciatori di Barga che sono a Firenze per l’ acconto della “tavola”. Di questa Cappella non abbiamo altre notizie ed è probabile che, data la contemporaneità della costruzione di quella di Porta Reale e, come vedremo, dell’ altare davanti alla chiesa di S. Francesco, quanto deliberato andasse a beneficio delle due costruzioni ricordate. La tavola robbiana fu fatta? Resta un enigma. Comunque pensando al periodo di peste in cui si ebbe la commissione, ci viene da congetturare che sia stata fatta (valuta permettendo) coi 4 scudi d’ oro mandati a Firenze per l’ acconto e potrebbe essere quella che è attualmente nel Duomo allo stato di cotto (portatavi durante i restauri 1927-39, proveniente dal convento di S. Francesco di Barga) la quale ha tutte le caratteristiche di un’ opera per un evento epidemico, rimasta non finita perché i soldi non furono bastanti per un lavoro completo di colore e invetriatura. Infatti, anche se non vi si ravvisa la Pietà, c’ è pur sempre la Madonna, oggi mutila del Bambino in braccio, con S. Rocco e S. Sebastiano protettori contro il terribile morbo. Nella predella c’ era una fila di santi raffigurati in piccolo, in parte asportati nei secoli passati o caduti per scollamento, cioè quando era esposta all’ aperto al Convento di S. Francesco. Santi che potrebbero essere i restanti dell’ elenco in delibera. Inoltre la provenienza della tavola dal Convento di S. Francesco, farebbe supporre che quando giunse a Barga, non essendo stata eseguita la Cappella sull’ Aringo, sia stata dirottata all’altare davanti alla chiesa dei frati di S. Francesco.
In pratica potrebbe essere che si convenne, tacitamente, per le notevoli spese occorrenti per il mantenimento degli edifici sacri: chiese, oratori, conventi, unendo le nuove edificazioni in corso, che certamente svenavano il Comune, di soprassedere alla costruzione della Cappella sull’ Aringo, finendo col cedere l’ opera o alla Cappella di Porta Reale o a quella del convento di S. Francesco.
Resta da osservare che la delibera della tavola invetriata e tra le più inconsuete del Comune, perché non fu presa a seguito di un pubblico intervento; ossia non ci fu un proponente in Consiglio. Parrebbe che la decisione adottata fosse quasi dovuta per far fronte ad una richiesta superiore. Non venne dalla parte ecclesiastica di Barga, perché il pievano Manni nel suo “Memoriale” non parla mai della Cappella sull’ Aringo. Allora potrebbe essere stata un’ idea proveniente dal Governo di Firenze, anche perché si dice che nella tavola ci doveva essere l’arme del popolo fiorentino, del Comune di Barga o del podestà.
Certamente aveva le caratteristiche di una sorta di voto: politico? scampato pericolo? Siamo nel mezzo del triennio repubblicano di Firenze, 1527-1530, in periodo di peste, cosa si voleva scongiurare con quel ricorso all’ ausilio Celeste?
Comunque sia stato a noi interessa che nella tavola ci doveva essere anche S. Rocco e ciò rientra nel nostro discorso del suo culto a Barga.
Come accennato in precedenza, sempre nel solito funesto periodo di peste, il Consiglio Generale della Terra di Barga decide l’importo di una elemosina da farsi ai frati Osservanti di S. Francesco, richiestan dal Guardiano del Convento, per poter costruire una Cappella da dedicarsi a S. Rocco davanti alla propria chiesa: “Stantiamento per frati Observanti Santi Francisci de Barga”.
5 luglio 1528. “Francesco di Giovanni Mazzanga… ateso la provisione di Martino (…) da Barga frate observante dellordine di San Francesco nel convento di Barga quale adomanda una limosina di ducati dua doro per poter fare uno altare a cappella di San Rocho nella corte che è fuori dello convento et di contro alla chiesa per potervi dire messa a tempi di sospecto, che ogni persona possi udire et vedere celebrare la messa dixe et consigliò che allui pare et piace che a decti frati si facia dicta alimosina di dicti dua ducati per fare tale cappella da eeserli dati et pagati dal generale camerlingo del Comune di Barga senza alcuno preiudicio (o) danno senza altro stantiamento da farsi”. Anche di questa Cappella di S. Rocco non abbiamo altre notizie. Certamente ebbe vita finché resse la sua costruzione e comunque, passato il periodo della peste, col tempo andando a decadere nelle sue funzioni perché; i fedeli tornarono a frequentare la chiesa di S. Francesco.
La prima cosa da evidenziare è che gli Oratori o Cappelle di S. Rocco sparsi nel territorio di Barga, tutt’ oggi esistenti, certamente sorsero dopo quella prima delibera del Consiglio di Barga datata al 1479, con la quale si volle che il 16 agosto, ricorrenza del Santo, fosse una festa comandata.
Il più antico Oratorio del territorio parrebbe essere quello di Tiglio Basso, ma non sappiamo quando fu edificato. Comunque parrebbe risalire ai primi anni del 500′, perché al suo interno si conserva, assieme ad una statua del Santo, anche una bella Madonna con Bambino di scuola robbiana datata circa al 1505. La piccola pala è attribuita all’ opera di Santi Buglioni, che appresa l’ arte dai “Maestri Robbiani”, col tempo si mise in proprio.
Per quanto riguarda l’ influenza di Barga sulla vita del piccolo Borgo, facciamo notare che la chiesa principale del luogo, l’ Annunziata di Tiglio Alto, ritrovatasi in stato di povertà a causa delle guerre che devastarono tutto il contado, nel 1422, così come le chiese di Albiano e Castelvecchio, con decreto vescovile fu aggregata alla pieve di Barga e vi rimase sino al 1783, anno della sua elezione a parrocchia.
Quindi, anche dal punto di vista religioso, oltre che civile, i due paesi di Tiglio avevano il passo di Barga e in tutto seguivano le direttive del Castello guida. Sommocolonia sino al 1550 ebbe una vita amministrativa autonoma rispetto a Barga, ma essendo comune inserito nella podesteria, politicamente doveva adeguarsi a quanto si muoveva nel sottostante Castello. Nell’ agosto del 1479 il Comune di Barga, vantandosi di veder cessata la peste, aveva deliberato il ricordato voto nei confronti di S. Rocco e senza ombra di dubbio la notizia raggiunse quegli abitanti, ma non vi sono notizie che tra loro, certamente rimasti afflitti dal morbo, si agisse di conseguenza. Infatti non si riscontra che in Sommocolonia esistesse un’ Oratorio dedicato a S. Rocco prima del 1630, anno dell’ inizio della costruzione della chiesina all’ interno del Castello e che ancora oggi esiste. In quello stesso anno anche a Barga si dette inizio all’ attuale chiesa dedicata al Santo, della quale parleremo più avanti. In entrambi i casi le motivazioni di quanto si fece le ritroviamo ancora in relazione alla peste che in quell’ anno infieriva in gran parte dell’ Italia.
Nel 1633 la chiesina di Sommocolonia fu pronta, così recita una lapide posta all’ altare, in cui si apprende ancora che il rettore di quel tempo era un Mazzolini e i deputati per l’ Oratorio Giovanni Badiali e Santino Cecchini.
Nell’ Estimo del Comune di Barga del 1807, detto “Liretta”, troviamo annotata la “Cappella di S. Rocco A Sommocolonia” la quale era gravata di un imponibile, detto “Somma Maggiore”, di soldi 298, che dava come tassa, la “Somma Minore”, di soldi 2, denari 5 e 8 decimi.
Il 6 ottobre 1812, in epoca napoleonica, la chiesina si vuole sconsacrata e deputata a sede della locale misericordia. Però la ritroviamo ancora censita ad Estimo nel 1823, con tanto di rettore, il quale era il chierico Raffaello di Andrea Mazzolini. Così nel 1827 col solito imponibile del 1807 e quale rettore si annota il chierico Badiali. Infine nel 1832, con la “Somma Maggiore” di soli 30 soldi. (Come nota a margine, tratta dall’ Estimo del 1823, pensiamo sia interessante riportare la tabella che indica il rapporto tra la “Somma Maggiore” e “Somma Minore”: “Soldi 1 – 1 decimo”,  “Soldi 10 – 1 denaro”, “Soldi 120 – 1 soldo”, “Soldi 2400 – 1 lira”).
Per una storia dell’ Oratorio di S. Rocco di Sommocolonia ricordiamo che, durante la Seconda Guerra Mondiale, precisamente nel periodo della “Linea Gotica” 1944-45, subì gravi danni ma fu restaurata. Recentemente è stata riportata a nuovo ad uso del Paese. L’ altro Oratorio è sulla via vecchia che sale a Sommocolonia per poi procedere verso il passo del Saltello e comunemente da tutti è conosciuto come “L’ Oratorio di S. Rocchino”. Le origini sono nel settecento, così come ci dice Pietro Magri nel suo libro “Il Territorio di Barga”, allorché si sofferma a narrare le vicende storiche di Sommocolonia.
Sul finire del 1800 sappiamo che era in uno stato molto precario. Nel 1904 i paesani decisero di porvi mano e nel 1908 ultimarono il loro intervento. Il 6 agosto 1910 fu oggetto di un’ importante visita, quella del vescovo di Pisa Card. Pietro Maffi e il memorabile evento fu scolpito in una lapide. Nel 1997 fu ancora restaurato per la cura del proposto di Barga mons. Piero Giannini e all’ interno vi fu collocata una crocifissione del Cristo, opera del pittore pisano Paolo Maiani.
Altri restauri si sono avuti nel 2004 e per l’occasione il prof. Dario Giannini pubblicò un libretto che ricorda la storia dell’ Oratorio, dal quale sono state tratte le riferite notizie.
” N U L L A F A V E N T E R O C H O – P E S T I S C O N T A G I A T E R R E N T –  E F F U G I U N T M O R B I – V I T A S A L U S Q U E R E D I T ”
Tutti sappiamo, avendo letto “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, della celebre peste che colpì Milano nel 1630 e gran parte dell’ Italia. Si pensi che al sopraggiungere del morbo quella città contava250.000 abitanti, quando cessò se ne contarono solo 64.000. La nostra Valle fu lambita da tale sciagura, ma Barga pare ne fosse rimasta immune, così come recita una delibera comunale del 5 ottobre 1631, dalla quale apprendiamo ancora che i Barghigiani, quale ringraziamento per lo scampato flagello, al pari di Sommocolonia, avevano iniziato la costruzione di una nuova chiesa dedicata a S. Rocco. Pertanto, dato che il Comune aveva riscontrato un consistente avanzo dalla vendita del grano, si decise che quella somma era bene cederla a favore della fabbrica della chiesa, anche perché altrimenti si sarebbe arenata. Ma vediamo:
5 ottobre 1631: “Item, in vista del ricavo, fu esposto dal sergente Gianetti, uno dei signori  Consoli della Comunità, havendo preso in diversi tempi robba dall’ Abbondanza  (di Firenze n.d.r.) e per le spese che vi si faceva fu fatto pagar a ciascuno soldi 6 per sacho che ne pigliava et essendo di detti denari avanzati in mano a que tali che furono posti buona quantità, che passeranno scudi 30 et fabricandosi una chiesa al Giardino sotto titolo di S. Roccho – pareva bene applicarli a quella fabrica, havendosi per in sin liberati intatti dal mal contagio e che vogli pregar sua Divina Maestà che ci vogli consevar e senza quel pocho d’ aiuto non si potrà far tal fabrica”.
Il 28 maggio 1634 il Comune deliberò due ragionieri, messer Angelo Giuliani e ser Lunardo Malculi, che assieme al cancelliere saldassero i conti approvati per il S. Rocco dei denari del “decanto” delle spese per il grano degli anni 1629-30. La nomina dei ragionieri fu voluta dal Magistrato dei Signori Nove di Firenze, i quali aggiunsero che coloro fossero rimasti debitori per tale oggetto erano tenuti a pagare alla fabbrica della chiesa. La chiesa era stata iniziata dai confratelli della Compagnia, così ci dice il Magri nel suo libro “Il Castello di Barga”, che altri non potevano essere se non quelli dell’ Oratorio di S. Rocco in capo al Ponte di Borgo, dei quali si è parlato a suo tempo. Questi è pensabile che avessero avuto nelle loro intenzioni la volontà di ingrandire il vecchio Oratorio, ma riscontrato che il luogo non era adatto ad un simile progetto, senz’ altro decisero la scelta di un luogo idoneo e che ravvisarono nel grande campo che si distendeva davanti a loro ogni qualvolta uscivano dalla chiesetta.
Dagli studi effettuati sulla chiesa di S. Rocco da parte di Maria Pia Baroncelli e da Antonio Nardini, pubblicati poi su “Il Giornale di Barga” tra il 1986 e il 1987, vediamo che la nuova chiesa fu innalzata su una proprietà di prete Lodovico Fantozzini, resa disponibile alla Compagnia di S. Rocco per la somma di scudi 60.La costruzione impegnò moltissimo quei confratelli, tanto che ci vollero otto anni per dirla quasi ultimata. Nel 1639 mancava il tetto e poco altro e allora decisero di supplicare ancora l’ aiuto del Comune, il quale non si fece attendere. Infatti il 30 aprile di quell’ anno i Consoli decisero:”Stante la grande necessità nella quale si trova l’ Oratorio di S. Rocho et acciò si possa tirare avanti la fabrica di quella nuova chiesa, con ricoprirla, si faccia uno stantiamento di scudi 20 alla detta fabbrica di S. Rocho per elemosina, in ricompensa delle tante gratie et benefitii che ricevette tutto questo popolo dalla Maestà Divina per i meriti e intercessione di questo glorioso Santo nei tempi passati del contagio”. Il giorno seguente, 1° maggio, fu discusso in Consiglio quanto proposto dai Consoli è fu approvato lo stanziamento.
Dal libro “Barga e i suoi Castelli” di Pina Jacopucci Marroni riferiamo che il progetto della chiesa fu di “Bartolomeo Verzani, nominato ingegnere e sovrintendente alla fabrica”. Inoltre ci dice che il progetto fu sottoposto ad una commissine per l’ approvazione, la quale fu composta dal: dott. Leopoldo Battian, canonico Giulio Baldi, prete Giuseppe Maria Manni, dott. Giulio Pepi, dott. Michele Gianetti, Antonio Biagi e Giovan Battista Pepi Camerlingo”. Con lo stanziamento poc’ anzi ricordato si potè giungere al termine della chiesa e come visto nella parte superiore della pagina in cui è la premessa al presente opuscolo di Cristian Tognarelli, il 14 agosto1639, l’ Eminentissimo Franciotti, vescovo della Diocesi di Lucca, dette licenza al vicario foraneo di Barga Giovanni Mazzolini che per la festa di S. Rocco procedesse alla benedizione del nuovo edificio.
Dai Capitoli del 1711, che formano la prima parte del presente opuscolo, possiamo vedere all’ articolo 21 che in quel tempo oltre a S. Rocco nella chiesa si venerava anche la Madonna del Carmine e S. Antonio Abate. Altro particolare interessante da evidenziare è la constatazione che la chiesa, rispetto al passato e contrariamente a quanto accadeva per le altre Cappelle di S. Rocco, ora è libera dagli obblighi verso l’ Opera di S. Cristofano e dipendente direttamente dalla parte ecclesiastica.
Alla prima metà del 1600, cioè al tempo in cui la chiesa incominciò a dotarsi degli arredi, parrebbe risalire l’ attuale altare maggiore, che Antonio Nardini, sempre dai suoi citati articoli, dice sia stato effettuato dal maestro intagliatore Francesco Santini di Cerreto del Borgo, operante in quegl’anni, poi ristrutturato nel 1733, così come recita un cartiglio posto in basso a sinistra. Mentre Maria Pia Baroncelli lo vuole semplicemente del 1733, così come riporta il citato cartiglio, e fatto dall’ intagliatore Alessandro Santini, forse discendente del precedete Francesco. Comunque fosse stato, quando si poté; dire conclusa la chiesa, dopo il 1639, è evidente che un’ altare centrale ci doveva essere e in grado di poter accogliere l’ attuale “tela” eseguita da un bravo pittore di quel secolo.
Il quadro, restaurato nel 2007, è riprodotto nella copertina del presente opuscolo. L’ autore è ignoto, ma qualcuno vorrebbe dire che sia stato pitturato dal barghigiano Baccio Ciarpi (1574 – 1654), allora operante in Roma, ma che a Barga era chiamato ad inviare opere per varie chiese.La cosa è molto dubbia, ma a Barga piace pensarla come possibile, anche se autorevoli personalità nel campo dell’ arte invitano a ricrederci. La storia della commissione dell’ opera ce la fornisce Maria Pia Baroncelli. “per limosina di Pierangelo Mordini alla Compagnia di S. Rocco e che il quadro era stato fatto fare a Roma da Antonio Mordini figlio di Pier Angelo nel 1647”.  Non cita l’ autore, ma basandosi sulla voce del popolo indica Baccio Ciarpi, aggiungendo che però potrebbe anche trattarsi di un artista della sua cerchia romana. Nella pittura si evidenziano quattro personaggi: la Madonna col Bambino in alto, poi S. Rocco, S. Sebastiano e S. Antonio. I primi due Santi sono per eccellenza i protettori contro la peste, mentre S. Antonio è il protettore degli animali domestici, in numero consistente nell’ allora campagna del Giardino e dintorni.
Sullo sfondo si vedono degli appestati derelitti, che potrebbero essere i Barghigiani. Dietro a loro c’ è una costruzione col tetto a capanna recinta da un muro, che potrebbe essere la raffigurazione della vecchia Cappella di S. Rocco fuori di Porta di Borgo, che lì vediamo addossata ad una casa che sparisce sotto il mantello di S. Rocco. Il particolare del quadro che ci porta a questa supposizione è proprio quel muro, il quale ci ricorda quello che si eresse intorno alla Cappella al tempo delle peste del 1579 per difendere i fedeli dai venti e costruito col ricavo della vendita della precedente cancellata. In buona sintesi pensiamo che la Compagnia, allorché si terminò la nuova chiesa, forzatamente eretta ex novo per la mancanza di un utile spazio per poter ingrandire la vecchia Cappella, chiese all’ artista che le origini di tanta volontà fossero evidenti nel quadro e nella forma di quanto si è detto sopra. Tra l’ altro nel vago paesaggio non mancano i monti propri della nostra terra. Simbolicamente i Santi sono distanziati dal tutto perché ora sono dov’ è la nuova chiesa, che il popolo ha voluto più grande e bella a gloria del Santo, dei Santi, della Madonna e dell’ Altissimo, affinché tutti insieme concorrano alla salvezza di Barga dal terribile morbo. Chiusa questa nostra congettura sull’ idea del quadro, vediamo che nel 1770 si parla di un ampliamento della chiesa e si ricordano Jacopo Antonio Pistoia e Gaetano Bertagna quali rappresentanti della Compagnia che dichiararono “la loro chiesa in fabrica necessitava essere ultimata per evitare ogni maggiore spesa”, poi ne1782 si ebbe un altro sostegno dal Comune per abbellire quanto era stato fatto sino ad allora, consistente in 50 scudi. In questi anni la chiesa rientrò tra quelle da sopprimere in virtù dei Decreti Leopoldini, ma supplicata Sua Maestà, questi, “per un tratto di sua eccessiva pietà e clemenza”  la salvò per l’ evidente utilità nel sobborgo in continua crescita. Sempre Antonio Nardini ci dice che nella chiesa sono esistiti, come oggi, vari altari minori, tra cui quello non più esistente di S. Andrea , istituito nel 1658 dal barghigiano Andrea Rovagi, poi divenuto l’ attuale altare in cui si conserva un antico Crocifisso  in legno.Si continua con l’ altare di S. Anna  già presente nel 1700 e ristrutturato nel 1800 con un bel quadro del pittore di Castelnuovo Garfagnana Giuseppe Pierotti (1827 – 1884).
L’ altare di S. Rocco  che sta a ridosso dell’ entrata nella sacrestia della chiesa, in cui si conserva una antica statua del Santo. L’ altare in stile barocco fu donato nel 1954 alla chiesa dalla famiglia del dott. Alessandro Salvi. Nella chiesa è conservato anche un organo del 1858 della ditta Agati, Mons. Lombardi ci dice che sia un “Tronci”, ma non è funzionante. Questo sostituì un più vecchio organo del 1700.Nel corso del 1800 e 1900 la chiesa ha avuto la sua costante custodia ed è sempre stata ufficiata al meglio e con gran decoro, tanto da aver raggiunto un ruolo importante per il popolo di Barga e del vicariato.Da chiesina di particolare devozione col tempo si è trasformata, grazie anche alla sua centralità, in un luogo di culto tra i più frequentati di tutta Barga e nei giorni festivi, quale chiesa di riferimento per la Messa pomeridiana di tutto il Vicariato del Barghigiano. Continuando coi cenni storici sulla chiesa si evidenziano i lavori del 1932 che furono realizzati coi fondi della disciolta Società di Mutuo Soccorso Angeli, la quale donò 10.000 lire per rifare la facciata. Durante la Seconda Guerra Mondiale, quando Barga rimase al centro dei due fronti al tempo della “Linea Gotica” 1944-45, la chiesa subì ingenti danni. Per meglio conoscere quanto accadde al S. Rocco di Barga ricorriamo a Mons. Lino Lombardi, precisamente alle risposte che dette ad un “questionario” che, nell’ immediato dopoguerra, la Diocesi di Pisa inviò a tutti i parroci affinché; descrivessero i danni che l’ evento bellico aveva causato alle chiese della loro giurisdizione.<em>Si comincia con l’ osservare che la chiesa di S. Rocco detta coadiutoriale, cioè che è riconosciuta utile alla parrocchia nel soccorrere spiritualmente il popolo, ma che non è consacrata. La lunghezza è di metri 22 e la larghezza di metri 10 e che è stata fondata nel 1600 con pietrame e mattoni. Ha tre navate e cupola con ornamenti in stucco (medaglioni, fregi, figure, ecc).Ha quattro altari non consacrati. L’ altare maggiore è in legno e materiale con tabernacolo marmoreo, baldacchino e balaustra lignea. Gli altri tre sono in materiale e due (S.S. Crocifisso e Madonna) dotati di tabernacolo. Si parla dell’ organo che è sopra la porta d’ ingresso, dicendo che è stato gravemente danneggiato e si dice ancora che il fabbricante è “Tronci”. Non si parla delle opere d’ arte se non genericamente. Per i danni subiti dall’ edificio si dice che fu distrutto il tetto nella parte mediana della navata centrale e danneggiato nelle altre parti. Pure colpito rimase il muro perimetrale che guarda verso nord. Si nota che la chiesa “Aveva sofferto qualche danno in occasione della distruzione dei due ponti che uniscono Barga Castello a Barga Giardino (26 settembre 1944), ma veri e propri danni li ebbe il 27-28 dicembre 1944 per cannonate e spostamento d’ aria per bombe d’ aeroplano cadute a pochi metri; più fatale fu una cannonata di grosso calibro che nella notte 5-6- aprile  1945 colpì un pilastro nella congiunzione di due arcate provocando la caduta della parte mediana del tetto”. Alla richiesta se era stato fatto qualcosa nel frattempo il Proposto così rispose: “Per ora il pericolo è stato tolto”  e più sotto: “Nel febbraio-marzo furono fatti dei lavori per riaprire la chiesa al culto a spese della Compagnia della chiesa e col contributo di benefattori, ma la cannonata dell’ aprile rese vano ogni lavoro, anzi compì un disastro maggiore. Dopo sono stati fatti lavori per rimuovere i pericoli a cura di benefattori. Chi si è interessato di tutto è stato il curato D. Ranieri Andreotti”.  Infine si dice che fu danneggiata la sagrestia nel tetto e rovinate due stanze di disimpegno. Poi si passa al campanile e si comincia col dire:  “Sorgeva presso la chiesa suddetta. Costruito nel 1600, è stato demolito nella parte superiore (cella campanaria e terrazza) con gravi danni al resto” Poi si parla delle campane, le quali “erano tre e sono andate in bricioli. Si presume che il campanile fu colpito da uno spezzone. Le tre campane: piccola e mezzana del 1700, maggiore del 1927. Pesi rispettivamente circa: Kg 50 – 80 – 113. I danni della guerra furono poi riparati, eccetto l’ organo, mentre il campanile perse i suoi merli per l’ attuale tetto. Le campane furono rifatte. Tra gli ultimi lavori alla chiesa è da annotarsi l’ intervento del pittore castelnovese Rubens Cavani, il quale nel 1989 fu chiamato a tinteggiare gli interni, restaurare gli stucchi e a dorare a foglia d’ oro le varie cornici.
Quando sia iniziata la Fiera di S. Rocco al Giardino, coincidente con la festa del Santo, non ci è dato saperlo, però è senz’ altro da collegarsi allo sviluppo delle “libertà” del popolo che hanno inizio sul finire del 1600, per farsi più consistenti nel 1700 e a seguire. Un tempo a Barga per fare una fiera o mercato, seppure i permessi occorrono anche oggi, bisognava ricorrere a supplicare il Sovrano, per lo stretto controllo sui movimenti delle merci, delle persone e delle valute monetarie. L’ emancipazione dei rapporti sociali tra gli stati insistenti nella Valle col tempo consentì una maggiore elasticità. Si pensi che agli inizi del 1600 un mercante di stoffe di Barga , il quale aveva un fondaco in Porta Reale, dovette subire la pesantezza di un processo per aver introdotto nella sua bottega dei panni forestieri per venderli in loco. Sull’ argomento Fiera di S. Rocco non è che si sia compiuto uno studio approfondito, comunque abbiamo una traccia che ci permette di dire qualcosa in merito per quanto riguarda il 1700. Si tratta di due delibere del Comune, una del 29 luglio e l’ altra del 10 agosto 1721.Rispettivamente sono i giorni imminenti la festa del Perdono di S. Francesco del 2 agosto e di S. Rocco del 16 agosto. Da qualche tempo i Barghigiani erano preoccupati dei soliti contagi a seguito della notizia che nella Valle si andava diffondendo un’ epidemia mortale. Il Consiglio della Terra aveva nominato all’ uopo una Commissione di Sanità, la quale aveva stabilito di mettere le guardie ai passi che conducevano a Barga: Renaio, Ponte all’ Ania, ecc.Per la festa del Perdono, “stante la fiera”,  prevedendo il solito afflusso di forestieri, i Deputati alla Sanità si riuniscono per decidere la guardia da farsi “sotto le croci ai Barucci”  alla “carraia della Brandola”,  quel tratto di strada che da Porta Reale a diritto scendeva al convento di S. Francesco “che respinga indietro i forestieri”,  al Bastione “che non lasci passare per la via dei Colli”. Il 10 agosto si decide “per il giorno di S. Rocco mettersi un deputato al Crociale del serg. te Tallinucci con due soldati”.  Il “crociale” è il punto dove si uniscono la via che viene da S. Rocco con quella che viene dal cedro del Giardino e nel mezzo ci passa l’ antica via del Giardino che sale al Cancellone e scende all’ “Hotel la Pergola”.Il 15 agosto, giorno di S. Maria, i Deputati alla Sanità si riuniscano e visto il poco afflusso di persone riscontrato in quel giorno, deliberano di togliere la guardia al “crociale” per S. Rocco. Senz’ altro le misure adottate il 2 agosto avevano consigliato ai forestieri di astenersi dal venire a Barga. Come visto non si cita espressamente una fiera, ma se si prevedevano dei forestieri è pensabile che questi venissero a Barga, oltre che per S. Rocco, anche per tale evenienza, perché; i commerci, ieri come oggi, seguono sempre gli spostamenti delle persone. Sicuramente la Fiera di S. Rocco si faceva almeno nel 1832 e questo si apprende dall’ Atlante Geografico – Fisico e Storico del Granducato di Toscana, compilato da Attilio Zuccagnini segr. dell’Accademia dei Georgofili. Infatti quando si parla delle fiere annue di Barga si dice che erano due: “il 16 agosto con telerie e mercerie e pochi bestiami, con discreto concorso”.  L’ altra il 30 agosto: “piccola fiera della canapa, formaggio e poche mercerie”. Per il 1900 abbiamo una testimonianza della fiera tratta dal giornale di Barga “La Corsonna” del 2 agosto 1938: “Di tutte le fiere barghigiane nessuna per rinomanza ed affluenza di popolo uguaglia l’ ultra secolare fiera di S. Rocco, che unitamente alla fiera di S. Maria si svolge la settimana di ferragosto”.  Il giornale chiedeva il ripristino della mostra del bestiame e una fiera annuale dell’ artigianato nello stesso giorno. Per i giorni d’ oggi pensiamo non occorra dire niente, essendo chiaro a tutti quanto sia frequentata la Fiera di S. Maria, di S. Rocco e la mezza fiera detta di S. Rocchino, i cui visitatori non perdono l’ occasione per recarsi a rendere un devoto omaggio anche al Santo nella omonima chiesa.
I Capitoli della Venerabile Confraternita di S. Rocco del Giardino di Barga – 1711
Non siamo certi se i “Capitoli” che compongono l’ inizio del presente fascicolo, il cui testo originale è in possesso di Cristian Tognarelli, siano l’ unica stesura esistente, perché; è pensabile che potrebbero essere state almeno due: una per la Confraternita di S. Rocco di Barga e l’ altra da consegnarsi presso l’ allora Diocesi di Lucca. I “Capitoli” del 1711 dettarono le regole della Confraternita di S. Rocco fino al 1876, quando l’ allora proposto di Barga, Donnino Donnini, decise di rinnovarli, apportandovi comunque delle leggere varianti. Pensando interessante che almeno un testo originale sia di nuovo tra noi, ben volentieri ci siamo accinti a divulgarlo col presente fascicolo, poi, grazie alla sensibilità di Luca Galeotti, sarà inserito anche sul sito Internet de’ “Il Giornale di Barga” assieme alla “Storia del culto di S. Rocco a Barga” che compone l’ intero lavoro. Presso la chiesa di S. Rocco pare che non esista il testo originale del 1711, allora sarà nostra premura consegnare una copia del fascicolo al proposto don Stefano, affinché; la riponga tra le memorie dell’ archivio parrocchiale. Ogni cosa del passato esercita su ognuno di noi un particolare fascino e vi ritroviamo sempre un insegnamento, che nel caso ci richiama a riflettere e a riscoprire un tempo lontano di fede, fiducia e dedizione divina in colui che il popolo volle sentire più vicino di altri e scelse come suo primo protettore nei momenti che la peste si faceva vicina: S. Rocco. Ma in quel testo si coglie anche un altro insegnamento, cioè la cura che dobbiamo riservare ai beni voluti per voto popolare. Il passato sono le radici da cui nasce il futuro. Da questa constatazione il convincimento ad andare avanti nel nostro modestissimo lavoro di recupero di quelle memorie, con la speranza che serva un poco a tonificare quell’ amore e quell’ attaccamento che tutti abbiamo nei confronti di Barga.

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