La mattina del 22 luglio del 1968 Giovannino Guareschi si svegliò alle sette nella casa di Cervia in cui stava trascorrendo un periodo di vacanza. Aprì la finestra, si affacciò e subito lo salutò la dirimpettaia.
“Bel giorno, signor Guareschi!”.
Lo scrittore guardò il cielo terso, di un azzurro turchese.
“Bel giorno davvero” disse, con un sorriso che gli illuminò il volto.
In quel preciso momento, il cuore del padre di Don Camillo e Peppone smise di battere. Arretrò di due passi e cadde sul letto. Così lo trovò la figlia Carlotta.
Il giorno seguente, l’Unità titolerà “È morto lo scrittore mai nato”. Un titolo che dimostra l’ostilità verso Guareschi, da cui non era esente nemmeno il più moderato Corriere della Sera che, sbrigativamente, lo definì “uomo solo”.
Invece, Giovannino Guareschi era “solo” un uomo libero. Merce rara in tutti i tempi, soprattutto nel nostro strano Paese. E questa fu la sua colpa, imperdonabile. Per questo era stato isolato, sminuito.
Il funerale di Guareschi si tenne alle Roncole, dove viveva, aveva il suo studio e, da qualche anno, aveva aperto un ristorante.
Mentre lo vestivano, i figli si accorsero che in una tasca della giacca c’era un piccolo oggetto imbrunito e duro. All’inizio non capirono cosa fosse. Poi si ricordarono: era il pezzetto di parmigiano con le impronte dei dentini del figlio Albertino che aveva portato nella tasca della sua uniforme, all’altezza del cuore, nei lunghi mesi di prigionia nei lager nazisti.
Il giorno del funerale fu un pomeriggio di pioggia e vento. Sembrava che sulla Bassa fosse arrivato, d’improvviso, l’autunno.
Quel giorno non c’erano gli intellettuali, i grandi nomi della cultura, dei giornali, né, tanto meno, rappresentanti della politica o dello Stato. C’era Cesare Zavattini e, in disparte, nascosto dietro i suoi occhiali neri, Enzo Ferrari. Ma c’era soprattutto la gente della Bassa. La sua gente.
Perché, come scriverà Baldassarre Molossi in un articolo straziante e memorabile su La Gazzetta di Parma:
“Guareschi sapeva parlare agli animi semplici. Il suo messaggio ignorato e rifiutato dagli intellettuali è stato perfettamente compreso dalla gente semplice”.
Per il suo funerale, Guareschi aveva voluto una messa in latino. Una messa “clandestina”. Don Adolfo Rossi, il parroco delle Roncole, aveva accettato di buon grado.
Si erano conosciuti otto anni prima. Il prete aveva chiesto allo scrittore un autografo su una copia del Don Camillo. Guareschi aveva scritto: “A don Adolfo Rossi, con molta stima”. Salvo poi tirare un rigo su “molta” e mettere un asterisco: “è bene essere prudenti”.
Durante l’omelia, dopo le note eterne della Messa da Requiem di Verdi, don Rossi aveva gli occhi rossi e gonfi. Decise di ricordarlo con un passo di un suo scritto, in cui Guareschi così si descriveva:
“Adesso vi racconto tutto di me: non mi piace viaggiare, non pratico nessuno sport, non credo nelle vitamine. In compenso credo in Dio”.
Sono passati cinquant’anni da quel giorno in cui pareva che Guareschi fosse destinato a un veloce oblio.
Ma il tempo, invece, inaspettatamente, sembra essere stato galantuomo e abbia risarcito Guareschi. L’interesse per lo scrittore della Bassa, in questi cinque decenni, non è mai diminuito, anzi, è andato aumentando.
Accanto alle continue ristampe dei suoi volumi, è arrivata una riscoperta e un interesse sulle tante altre sfaccettature di quest’uomo. E così è stato analizzato il Guareschi disegnatore, l’autore satirico, il giornalista, l’intellettuale, il credente. Tante facce di un uomo allo stesso tempo semplice e complesso.
Perché sì, Guareschi è come uno dei personaggi del suo Mondo Piccolo. E sta proprio in questo il successo di Guareschi nel parlare di storie semplici, universali. Ecco perché è letto in Italia come in Vietnam, in Spagna come in Russia.
Quanti degli scrittori e degli intellettuali coetanei di Guareschi sono tutt’ora così letti e ristampati? Senza paura di essere smentito, posso dire che, al suo livello, nessuno, sicuramente.
Eppure perché questo autore non è nell’olimpo degli scrittori incensati dalla critica?
Sempre per quella colpa imperdonabile, essere un uomo libero.
“Me lo immagino come un cavallo che corre libero per la prateria” mi ha detto un lettore dopo aver letto il mio fumetto Non muoio neanche se mi ammazzano.
Ed è bella questa immagine. E, alla fine, è questa sua libertà che mi ha spinto a raccontare la sua storia.
Io di Guareschi non sapevo molto, quando una sera del 2008, in un servizio televisivo che ripercorreva la sua vita, rimasi colpito da una frase:
“Pare impossibile che ci si commuova lasciando la galera: Ma non si può pretendere che un uomo passi in mezzo ad altri uomini come un pezzo di legno, se è fatto di carne, ossa e anima”.
Una frase che Guareschi aveva detto prima di lasciare il carcere di Parma. Una frase, come tante di Guareschi, che mi aveva fatto venire un nodo in gola. Perché Guareschi parla non al cervello ma all’anima.
Quella stessa anima che i tedeschi non erano riusciti a imprigionargli, nonostante lo avessero rinchiuso in un lager, mangiato dalla fame e dai pidocchi.
La figlia Carlotta mi aveva raccontato, qualche tempo prima di andarsene, che quando il padre era tornato, il fratello Alberto nel rivederlo si era messo a piangere: non riconoscendolo, aveva avuto paura. Pesava 46 chili. Un fantasma vestito di stracci.
Lei, invece, che era nata proprio mentre il babbo era prigioniero, gli aveva subito voluto bene.
Guareschi non sapeva se l’avrebbe rivista, la “signorina Carlotta”. Aveva scritto:
“Non importa perché le parole nascono ma non muoiono. Non muore niente, a questo mondo. Le parole nascono, e poi essendo più leggere dell’aria, salgono in su e arrivano fino al punto in cui il cielo finisce e comincia l’eternità. Come se si liberassero in una stanza cento palloncini: arrivati al soffitto si fermerebbero. Lassù ci sono tutte le parole del mondo: dal grido minaccioso di Caino, all’ultimo discorso di Farinacci.
Questo è importante, signorina Carlotta: perché, se il buon Dio mi metterà le alucce sulle spalle prima che io ti veda, andrò a sedermi sulla stella che sta proprio sopra la tua casa e, mano a mano che saliranno al cielo le tue paroline corte corte come semibiscrome, io le coglierò al volo e le rinchiuderò tutte dentro un sacchetto di seta.
E, ogni tanto, ne trarrò fuori un pizzico e le scuoterò come un mazzetto di campanellini e mi divertirò a sentirle tintinnare”.
Era riuscito a vincerlo così il lager, il tenente Guareschi. E con lui tanti altri militari italiani rimasti fedeli al giuramento fatto all’Italia.
Per questo in Non muoio neanche se mi ammazzano ho voluto lasciare da parte Don Camillo e Peppone e ho raccontato l’uomo, e le sue due prigionie.
In un festival di fumetto, un signore sulla sessantina si è avvicinato e mi ha detto:
“Avrei preso con piacere il suo volume perché mi è piaciuto molto il suo segno, ma non posso. Non compro un libro su quel fascista di Guareschi”.
Ecco, quando ho sentito questa frase, detta (attenzione!) non da uno sprovveduto, ma da un uomo di una certa cultura, ho capito che ero sulla strada giusta.
Su Guareschi esisteva (e, in parte, esiste ancora oggi) un pregiudizio.
Ma può essere definito fascista, uno che, in una notte dei primi tempi di guerra, inizia a gridare in una delle vie di Milano contro Mussolini e i suoi generali e che per questo viene richiamato alle armi?
Può essere definito fascista un uomo che, dopo aver giurato fedeltà sulla bandiera del Regno d’Italia, dopo l’8 settembre, mentre i fascisti fuggivano per rifarsi una verginità, non scappa e quando l’esercito di Hitler gli chiede di passare tra le sue fila, risponde “No, signori!” e si fa due anni di lager?
La risposta è scontata. Guareschi non fu e non poteva essere fascista. Eppure, per lungo tempo è rimasto ingabbiato in questo schema.
“Io non mi considero prigioniero, io mi considero combattente senz’armi. Io servo la Patria facendo la guardia alla mia dignità di italiano”.
Lo fece assieme a migliaia di altri italiani coerenti e coraggiosi. La loro fu la prima forma di resistenza, definita poi, non a caso, “Resistenza bianca” proprio perché fatta senza armi.
Quei giorni terribili li raccontò in Diario Clandestino e li trasfigurò ne La Favola di Natale.
Ma non tornò mai del tutto dal lager. Qualcosa di lui era rimasto in quelle baracche, tra quel filo spinato. E a un uomo già fortemente provato, non giovò la seconda carcerazione a Parma per la sua testardaggine. Se li fece tutti quei mesi, senza un lamento. Ma quei giorni interminabili finirono di minare una salute già precaria.
Negli ultimi anni, vuoi per un mondo che stava precipitosamente cambiando e che non riusciva più a capire (ma sapeva leggere), anche i protagonisti dei suoi racconti erano cambiati.
Era stanco, malato. E i suoi racconti riflettevano quel tempo.
In uno, Don Camillo dice a Peppone:
“Compagno, in questo mondo dove ognuno se ne infischia di tutti gli altri, dominato dall’egoismo e dall’indifferenza, noi continuiamo a combattere una guerra che è finita da un sacco di tempo. Non ti dà l’idea che noi siamo due fantasmi?”.
E Guareschi probabilmente era divenuto un fantasma. Un fantasma che girava intabarrato per le strade bianche della Bassa quando in inverno la nebbia si mangia tutto.
Aveva confessato, all’inizio del suo ultimo anno di vita, di sentirsi come un vecchio merlo che se ne stava da solo sulla cima di un pioppo. Cantava ma non sapeva se chi passava lo sentiva. E la cosa lo angustiava.
Oggi, a cinquant’anni dalla sua dipartita, possiamo dire che quel canto ci arriva limpido e dirompente.
Testo e illustrazioni di Nazareno Giusti.
Originariamente pubblicato su FUMETTO, periodico dell’ANAFI – Associazione Nazionale Amici del Fumetto e dell’Illustrazione, n. 108, dicembre 2018.
Ripubblicato su barganews per gentile concessione della famiglia di Nazareno Giusti.