Francesco Martinelli – L’anima jazz di Stevie Wonder

As BargaJazz prepared for its 2026 competition dedicated to the music of Stevie Wonder, Francesco Martinelli took the audience at the Fondazione Ricci on 20 August considerably further than the familiar songs.

His seminar, “L’anima jazz di Stevie Wonder” — The Jazz Soul of Stevie Wonder, used Wonder’s career to examine a much larger question: where exactly does jazz end, and who decides where those boundaries lie?

Martinelli pointed out that musicians including Duke Ellington and Charles Mingus had themselves resisted being confined by the word “jazz”. For Martinelli, definitions such as jazz, blues and rhythm and blues have often reflected not only the music itself, but also the record industry, economics and the racial structure of American society.

Rock and roll provided one example. Its roots were deeply embedded in African-American blues and rhythm and blues, yet many of the performers and groups who subsequently made the greatest fortunes from rock were white.

From there Martinelli moved through the history of African-American popular music and the record industry, arriving eventually in Detroit and at Motown.

Founded by Berry Gordy in 1959, Motown became a Black-owned record company capable of competing at the centre of the American music industry. Behind many of its famous singers were the Funk Brothers, a remarkable group of studio musicians, many of whom came from Detroit’s rich jazz scene.

They also played an important part in the musical education of the young Stevie Wonder.

Wonder arrived at Motown at just eleven years old, already an extraordinary singer and multi-instrumentalist who had learned much of what he knew by ear. Surrounded by experienced musicians in the Motown studios, he developed his understanding of composition, arrangements and orchestration.

Martinelli recounted the story of Berry Gordy being called down from his office by musicians who insisted there was something he needed to hear. What he encountered was the young Wonder singing and moving between piano, harmonica and percussion with a musical ability impossible to overlook.

Gordy signed him and the boy became Little Stevie Wonder.

Martinelli’s seminar therefore presented the “jazz soul” of Stevie Wonder as something much broader than simply asking whether Wonder himself was a jazz musician. His music grew from a world in which jazz, blues, gospel, rhythm and blues and popular music continually overlapped.

It was also a fitting introduction to BargaJazz 2026. In its fortieth year, the festival’s international arrangement and composition competition has chosen the music of Stevie Wonder as its theme — music whose familiar melodies contain a much wider musical world in which the boundaries between genres have never been quite as clear as their labels suggest.

Mentre BargaJazz si preparava al concorso 2026 dedicato alla musica di Stevie Wonder, il 20 agosto Francesco Martinelli ha portato il pubblico della Fondazione Ricci ben oltre le canzoni più conosciute.

Il suo seminario, “L’anima jazz di Stevie Wonder”, ha utilizzato la carriera di Wonder per affrontare una questione molto più ampia: dove finisce esattamente il jazz e chi decide dove tracciarne i confini?

Martinelli ha ricordato come musicisti quali Duke Ellington e Charles Mingus avessero rifiutato di vedere la propria musica confinata all’interno della parola “jazz”. Secondo Martinelli, definizioni come jazz, blues e rhythm and blues hanno spesso riflesso non soltanto la musica stessa, ma anche l’industria discografica, l’economia e la struttura razziale della società americana.

Il rock and roll ne è stato un esempio. Le sue radici erano profondamente legate al blues e al rhythm and blues afroamericano, eppure molti degli artisti e dei gruppi che successivamente hanno ottenuto i maggiori guadagni attraverso il rock erano bianchi.

Da qui Martinelli ha attraversato la storia della popular music afroamericana e dell’industria discografica, arrivando infine a Detroit e alla Motown.

Fondata da Berry Gordy nel 1959, la Motown divenne una casa discografica di proprietà afroamericana capace di competere al centro dell’industria musicale statunitense. Dietro molti dei suoi cantanti più celebri c’erano i Funk Brothers, uno straordinario gruppo di musicisti da studio, molti dei quali provenivano dalla ricca scena jazz di Detroit.

Furono anche tra coloro che ebbero un ruolo importante nella formazione musicale del giovane Stevie Wonder.

Wonder arrivò alla Motown ad appena undici anni, già straordinario cantante e polistrumentista, che aveva imparato gran parte di ciò che sapeva a orecchio. Circondato da musicisti esperti negli studi della Motown, sviluppò ulteriormente la sua conoscenza della composizione, dell’arrangiamento e dell’orchestrazione.

Martinelli ha raccontato l’episodio di Berry Gordy chiamato dai musicisti a scendere dal suo ufficio perché, insistevano, c’era qualcosa che doveva assolutamente ascoltare. Quello che trovò fu il giovanissimo Wonder che cantava e passava dal pianoforte all’armonica e alle percussioni, mostrando un talento musicale impossibile da ignorare.

Gordy lo mise sotto contratto e quel ragazzo divenne Little Stevie Wonder.

Il seminario di Martinelli ha quindi presentato “l’anima jazz” di Stevie Wonder come qualcosa di molto più ampio della semplice domanda se Wonder possa essere definito o meno un musicista jazz. La sua musica è cresciuta in un mondo nel quale jazz, blues, gospel, rhythm and blues e popular music si intrecciavano continuamente.

È stata anche un’introduzione particolarmente adatta a BargaJazz 2026. Nel suo quarantesimo anno, il concorso internazionale di arrangiamento e composizione del festival ha scelto proprio la musica di Stevie Wonder come tema: canzoni e melodie conosciute in tutto il mondo, dietro le quali si trova un universo musicale dove i confini tra i generi non sono mai stati così netti come le loro etichette potrebbero far pensare.